In Medio Oriente è raro che passi un mese senza un grave incidente geopolitico. La regione, che rappresenta il 34% della produzione di petrolio e il 48% delle riserve mondiali provate, è un’importante hub petrolifero. L’ultimo ingrediente aggiunto al variegato e indigesto cocktail di questioni geopolitiche nella regione è l’offensiva guidata dalla Turchia nel nord-est della Siria, iniziata il 10 ottobre. Ma i mercati non sembrano interessarsi alla sequela di eventi e tensioni legati al settore petrolifero che si sono succeduti negli ultimi mesi. Perché? 

Il mercato sembra considerare ciascuno di essi come incidenti isolati, nessuno dei quali ha davvero privato il mercato di significative quote di produzione. L’incidente più grave – gli attacchi dei droni contro Khurais e Abqaiq in Arabia Saudita che hanno tolto dal mercato 5.6mb/d – ha avuto un impatto sorprendente e di breve durata. L’Arabia Saudita ha riportato la produzione ai livelli pre-attacco in poche settimane, sebbene l’infrastruttura sia stata danneggiata e la piena capacità non sia stata completamente ripristinata. Riad ha confermato che Khurais, che ha una capacità di 1,45 mb/d, è tecnicamente in grado di operare a piena capacità. Ad Abqaiq, tre delle cinque torri di stabilizzazione sono tornate a funzionare normalmente, ma ci vorranno altre sei settimane per ripristinarle tutte. A regime, l’Arabia Saudita può produrre più di 12 mb/d, anche se limita la sua produzione a solo circa 9,5 mb/d.  

Allargando lo sguardo, la guerra per procura tra Arabia Saudita e Iran rischia di trasformarsi in un conflitto vero e proprio. L’Arabia Saudita è diventata il più grande importatore mondiale di armi. Solo nel 2018 ha speso quasi 70 miliardi di dollari in equipaggiamento, quasi il 9% del suo PIL. Nel periodo tra 2014 e 2018, il 70% delle importazioni militari arabe è provenuto dagli Stati Uniti, il 10% dal Regno Unito. Con l’Arabia Saudita armata e l’Iran che continua a far agitare le sciabole, riteniamo che i rischi siano elevati. 

I mercati si stanno concentrando sulla potenziale debolezza della domanda di petrolio in un contesto di guerre commerciali globali. L’Agenzia internazionale dell’energia (AIE) prevede per il 2019 e il 2020 una crescita della domanda di petrolio rispettivamente di 1,0 mb/d e 1,2 mb/d. Un anno fa aveva previsto 1,4 mb/d per il 2019, 0,4 mb/d in più rispetto alle previsioni riviste. Molti sul mercato non si rendono conto che nel terzo e quarto trimestre del 2019 l’AIE prevede un deficit di offerta, lasciando il mercato per il 2019 sostanzialmente in equilibrio. La previsione di eccedenza dell’AIE per il 2020 potrebbe essere contrastata da una decisione politica dell’OPEC, quando l’Organizzazione si riunirà nel dicembre 2019. Riteniamo che la piccola revisione al ribasso della crescita della domanda petrolifera sia infinitesimale rispetto ai rischi di interruzione dell’approvvigionamento. 

I rischi per i movimenti del petrolio in tutto il mondo sono notevoli. Prendete lo Stretto di Hormuz, da cui transita il 30% del petrolio e di altri combustibili trasportati via mare. È anche la rotta per tutte le esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) del Qatar, che rappresentano circa il 30% del totale globale. Se il petrolio non riesce a muoversi in questa regione, quantità ingenti verranno escluse dai mercati, facendo apparire la revisione della domanda di 0,4 mb/d come una nota a piè di pagina.