8 marzo, Zattoni: «La maternità è possibile anche lavorando»

La presidente di Jointly, società che si occupa di welfare aziendale, spiega quali sono le difficoltà delle donne nel mondo del lavoro e l'importanza dei servizi di supporto alle famiglie

8 marzo

Quando si parla di lavoro femminile in Italia, non si può non pensare, soprattutto l’8 marzo, alle difficoltà che hanno le donne a conciliare vita familiare e professionale, trovandosi ancora costrette, a volte, a dover scegliere se abbandonare il lavoro per dedicarsi alla famiglia o viceversa. Un modo per invertire la tendenza, sarebbe quello di investire nei servizi di supporto alla famiglia, ma non solo come spiega Anna Zattoni, Presidente di Jointly, azienda che si occupa di welfare aziendale: «Il tema dell’occupazione femminile è una sfida che si gioca su tante dimensioni: familiare, della scuola, del lavoro e del sistema Paese con strumenti di supporto alla famiglia». Jointly, spiega la Zattoni è una società nata nel 2014 come startup a vocazione sociale (ad aprile compirà 5 anni), fondata insieme a Francesca Ricci e Fabio Galluccio che «nasce per aiutare le aziende a dotarsi di servizi che rispondano ai problemi delle persone. Questa è la nostra mission, il benessere delle persone in azienda».

Come nasce l’idea di Jointly?
«Con gli altri fondatori ci siamo conosciuti in un contesto associativo molto particolare che si chiama “Valore D”, un’associazione di aziende che si occupa dello sviluppo del talento femminile. Nell’ambito dell’associazione uno dei filoni di lavoro su cui erano ingaggiate e coinvolte le aziende era proprio quello del welfare. Lavoravamo nel contesto di Valore D su questo aspetto e lì abbiamo visto il primo esempio di condivisione di servizi tra aziende, dove quest’ultime non solo apprendevano l’una dall’altra come fare welfare, ma poi arrivavano anche concretamente a scambiarsi servizi, come in un caso con gli asili nido: un’azienda aveva dei posti liberi nel suo, mentre un’altra li cercava per i pochi dipendenti che aveva in una sede. Lì è nata l’idea, e abbiamo lavorato per svilupparla. È nata Jointly e il nostro pay off è il welfare condiviso. Abbiamo quindi continuato a portare questa metodologia di ascolto, progettazione ed erogazione di servizi con una modalità interaziendale. Nel tempo la nostra offerta si è evoluta e oggi siamo uno degli operatori leader nel settore dei servizi di welfare aziendale e quindi noi continuiamo a progettare e selezionare ed erogare servizi dalla rete di asili nido e campus estivi a tutto il supporto non autosufficiente, all’orientamento scolastico e al benessere».

8 marzo
Anna Zattoni, Presidente di Jointly

Come funziona il vostro rapporto con le aziende?
«Una società che vuol realizzare uno dei nostri servizi ci chiama e noi mettiamo in piedi il servizio. Inoltre, muovendoci in questo mercato di welfare aziendale abbiamo realizzato anche un portale con dentro tutti questi servizi che consentisse alle persone di poterli acquistare o rimborsare con quelle che sono le risorse economiche che l’azienda stanzia per ogni dipendente sul welfare. Quindi siamo entrati nel cosiddetto mercato dei flexible benefit, quello su cui ci sono stati i maggiori cambiamenti normativi e hanno spinto le aziende sempre più ad adottare questo strumento, in una sorta di rinascimento del welfare che abbiamo visto dal 2016 in avanti».

Occuparsi di lavoro e famiglia è possibile?
«Certo. Noi diciamo anche qui in azienda, in particolare io e Francesca Ricci che siamo entrambe mamme e figlie lavoratrici perché il carico di cura oggi è molteplice, che abbiamo sicuramente pensato anche a noi quando abbiamo progettato i primi servizi, perché anche noi ogni anno ci troviamo a dover cercare ad esempio il campus per l’estate per i nostri figli. Abbiamo portato, quindi, quelli che sappiamo essere i bisogni delle persone tutti i giorni. Poi c’è qualcuno che ha dovuto affrontare delle situazioni di familiari non autosufficienti. Questo è un mondo che oggi sta diventando una vera emergenza. In alcune aziende un dipendente su 3 è caregiver, ossia si occupa di un familiare non più autosufficiente e questa, diciamo, è la nuova frontiera che è un trend sociodemografico. Anche in questo caso il vissuto personale è stato sicuramente portato in azienda e la nostra idea era aiutare tutti quei genitori o figli che, come noi, hanno fatto questo percorso».

Cosa ne pensa della situazione lavorativa delle donne?
«Essendomi occupata di questi aspetti dal 2009, all’interno dell’associazione “Valore D” che oggi comunque coinvolge 200 aziende in Italia, ho una visione un po’ più ottimistica perché ho visto dal 2009 a oggi un trend positivo, quindi il cambiamento è in atto. Ci sono stati dei momenti molto positivi a partire dalla legge sulle quote di genere nei cda che effettivamente ha portato un cambiamento a quel livello che poi sta scendendo nelle organizzazioni. Quello che invece non mi piace è la velocità con cui sta avvenendo questo cambiamento. Quindi se con una legge da un anno all’altro si sono avute nel giro di 3 anni il 30 per cento di donne nei consigli di amministrazione, i dati dell’occupazione femminile crescono, ma a una velocità molto bassa. Si è passati da un 47 a un 49 per cento (pari a 10 punti percentuali in meno rispetto alla media europea, ndr.), quindi bisogna ancora spingere tanto, attivare le aziende e continuare a lavorare. Le società da sole non possono risolvere l’intero problema perché è un problema che risiede anche nelle famiglie».

Perché molte donne ancora oggi rinunciano al lavoro per dedicarsi ai figli?
«Secondo me fanno scelte non completamente consapevoli perché non sanno che ritornare nel mondo del lavoro dopo che ti sei dimessa è difficilissimo. Il mercato del lavoro in Italia sappiamo quello che è, quindi quando esci la possibilità di rientrare è molto dura. Questo le donne che pensano di prendersi una pausa per gestire il figlio non lo sanno. È un aspetto da rendere più evidente quello della difficoltà a rientrare nel mondo lavoro una volta che sei uscito, perché si diventa invisibili non essendoci dei canali strutturati nella filiera scuola-lavoro. Questo è un aspetto. L’altro è il carico di gestione dei figli che è particolarmente oneroso dal punto di vista del tempo e dei costi nei primi 3 anni di vita, dopodiché più il bambino cresce e si avvia verso percorsi scolastici superiori più si va verso qualcosa che si può affrontare anche con una serenità diversa. Quindi pensare anche di avere degli strumenti economici che ti accompagnino nei primi 3 anni di vita e vederlo come uno sforzo che ha un limite di tempo, secondo me, è un altro aspetto su cui si può fare comunicazione e sensibilizzazione, altrimenti questo trend in particolare non è cambiato. Non è che ci sono meno donne che escono dal mondo del lavoro. Quindi questo è un grande impegno anche da parte delle aziende che devono comunicare di più, che se c’è un problema l’azienda può aiutare, quali sono le opportunità. Questo sicuramente è un ambito su cui si può fare ancora di più».

Le differenze con gli altri Paesi europei a cosa sono dovute?
«Qui c’è un aspetto, secondo me, un po’ culturale dell’Italia che ha, come dicono Ichino e Alesina, un’economia basata sulla famiglia. Da una parte è un valore dall’altra è un limite. Se siamo abituati a gestire figli e familiari non autosufficienti all’interno di un contesto familiare vuol dire che dentro la famiglia c’è sempre qualcuno che fa una scelta di cura. È un valore, perché comunque si tiene la cura dentro la famiglia – al di là che oggi i trend sociodemografici dicono che non ci sarà la struttura della famiglia perché il numero di relazioni diminuisce nel tempo – ma dall’altra parte è un limite perché chi fa una scelta di cura, spesso non opera una scelta libera ma è un out out. Se non lavoriamo per creare una infrastruttura di servizi adeguati alle esigenze familiari, l’economia basata sulla famiglia diventerà un limite affinché ci siano più donne nel mondo del lavoro perché ci sarà sempre qualcuna che farà quella scelta. Se la scelta è libera siamo tutti felici, perché questa persona è felice, se la scelta è una non scelta lì ci si può “giocare” diversamente.  Altri Paesi non hanno questa economia basata sulla famiglia, ma da sempre si affidano ai servizi sul territorio.
In Italia c’è un problema culturale di risorse basate sulla famiglia che impedisce a tutti di avere le stesse opportunità nel mondo del lavoro».

Cosa c’è nel futuro di Jointly?
«La differenza fra aziende grandi e piccole è anche nel welfare. Nel senso che il welfare è per storia nato nelle aziende più grandi, per dare servizi dove non c’erano. Poi è una materia che è stata un po’ abbandonata nei tempi in cui il nostro welfare primario funzionava. Adesso è ritornata molto in auge un po’ per le novità normative, un po’ perché effettivamente l’azienda sta ripensando a questo valore condiviso, alla redistribuzione del valore alle proprie persone e quindi fa di più.
Nel futuro breve di Jointly c’è sicuramente la volontà di raggiungere con i nostri servizi tutte quelle aziende che oggi, per dimensione, non hanno le risorse per farli. Quindi vogliamo che questo welfare condiviso cresca sempre di più e che raggiunga la Piccola media impresa italiana».

8 marzo
Da sinistra: Francesca Rizzi, Fabio Galluccio, Anna Zattoni

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