Aborto volontario, in trent’anni oltre il 50 per cento di casi in meno

Nel 2016 il 30,3 per cento di interventi si riferisce a donne con cittadinanza non italiana, tra le quali il gruppo più numeroso è rappresentato dalle rumene, seguite dalle donne cinesi, albanesi, marocchine e peruviane

Dal 1982 al 2016, in Italia, sono aumentati gli aborti spontanei e diminuiti quelli volontari. A fotografare l’andamento delle interruzioni di gravidanza negli ultimi 34 anni, nel nostro Paese, è l’Annuario statistico 2018 dell’Istat.

L’abortività spontanea
Per quanto riguarda le interruzioni spontanee, il numero assoluto dei casi registrati è passato da 56.157 nel 1982 a 61.580 nel 2016. «La presenza di sottostima dei casi in alcune regioni soprattutto negli ultimi anni ha reso tale andamento piuttosto altalenante, ma appare evidente che il trend crescente si è manifestato fino all’anno 2011 (nel quale sono stati registrati 76.334 casi), per poi invertire la rotta. Una spiegazione parziale di questa riduzione dei casi – si legge nell’Annuario – può essere data dal fatto che recentemente gli aborti spontanei precoci vengono sempre più spesso trattati in regime ambulatoriale o comunque in assenza di ospedalizzazione e quindi sfuggono alla rilevazione».

Considerando i casi avvenuti entro le nove settimane di gestazione, questi subiscono una flessione dell’1 per cento tra il 2011 e il 2106, passando dal 61 per cento dei casi totali al 60 per cento. Il dettaglio regionale evidenzia però alcune differenze più marcate: ad esempio la provincia autonoma di Trento passa dal 66 per cento al 49 per cento, «poiché dall’inizio del 2015 gli aborti spontanei vengono seguiti presso il pronto soccorso di ginecologia e ostetricia». Altre regioni, dove la diminuzione risulta più consistente, sono la Valle d’Aosta, la provincia autonoma di Bolzano e la Lombardia. Anche l’indicatore utilizzato per studiare il fenomeno, ovvero il rapporto di abortività spontanea, mostra un aumento lungo tutto il periodo considerato, passando da 89,2 casi di aborto spontaneo per mille nati vivi nel 1982 a 129,3 nel 2016. Segnale in diminuzione, invece, rispetto al 2011 pari (137,4).

Motivazioni e criticità
L’età avanzata della donna risulta essere un fattore a cui si associa un rischio di abortività più elevato: le donne in Italia hanno una gravidanza sempre più tardi, tanto che l’età media al parto è aumentata di oltre quattro anni tra il 1982, quando era di 27,6 anni, e il 2016: 32 anni. Questo slittamento ha conseguenze inevitabili anche sugli altri esiti riproduttivi, tra cui,appunto, il rischio di aborto spontaneo.

Interruzioni volontarie
Per quanto riguarda gli aborti volontari, invece, nello stesso periodo considerato, ossia i decenni tra il 1980 e il 2016, i tassi calcolati sulla popolazione femminile sono diminuiti di oltre il 50 per cento per tutte le classi di età, con la sola eccezione delle donne giovanissime (15-19 anni), per le quali si presenta una riduzione più contenuta (ma pur sempre rilevante) pari al 30 per cento. Nel 2016 continuano ad essere le donne giovani (25-29 anni) a mostrare valori più elevati con 10,3 interruzioni di gravidanza ogni mille donne. Nel 2016, inoltre, il 30,3 per cento di interventi si riferisce a donne con cittadinanza non italiana, tra le quali il gruppo più numeroso è rappresentato dalle rumene, seguite dalle donne cinesi, albanesi, marocchine e peruviane.

La polemica
Quello dell’aborto, in Italia, è un tema che torna ciclicamente al centro delle cronache, accendendo il faro sulla legge 194, legge che disciplina l’interruzione volontaria di gravidanza e che proprio quest’anno ha compiuto 40 anni.

Ma che cosa ha influito sul dimezzamento degli aborti spontanei? Sicuramente è da considerare  l’introduzione della pillola RU 486e soprattutto delle pillole dei 3 o 5 giorni dopo e poi la reale o presunta difficoltà nel trovare medici che non siano obiettori di coscienza, disposti quindi a praticare l’aborto chirurgico, una difficoltà lamentata da diverse associazioni.

E proprio per chiedere la corretta applicazione della legge 194, a dicembre una delegazione di eurodeputate guidata dalla socialdemocratica Vilija Blinkeviciute si è recata a Roma e Napoli. «La 194 – ha affermato Blinkeviciute– è una buona legge ma che è implementata in maniera non adeguata. L’obiezione di coscienza coinvolge ginecologi ed anche anestesisti, con percentuali che arrivano in alcune regioni fino al 80-90 per cento dei medici, un livello che spesso impedisce alle donne di esercitare i propri diritti».

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