Alimentazione, in Italia ci sono quasi 3 milioni di affamati

Tra questi ci sono 455mila bambini. E per combattere gli sprechi promossa un'iniziativa solidale e un decalogo di regole sui comportamenti corretti da adottare

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Uno dei problemi del nostro pianeta è senza dubbio quello della redistribuzione del cibo. Se, infatti, in alcune zone le risorse alimentari scarseggiano, in altre gli alimenti abbondano andando spesso sprecati. Secondo i dati del “progetto Reduce”, promosso dal ministero dell’Ambiente e dal Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari(Distal) dell’Università di Bologna, sul nostro pianeta ci sono 815 milioni di persone che soffrono la fame e 1 individuo su 3 è malnutrito, mentre, riguardo i disturbi alimentari, 1 persona su 8 soffre di obesità. Inoltre, a causa di una cattiva gestione del cibo in casa, ogni anno vengono buttati nella spazzatura circa 37 chili di alimenti a persona.

Il decalogo contro lo spreco
Secondo alcune anticipazioni del rapporto 2018 dell’Osservatorio Waste Watcher di Last Minute Market – Swg, oggi gli italiani sono consapevoli dello spreco alimentare soprattutto per quanto riguarda il danno economico che comporta (93 percento) e per l’impatto diseducativo sui giovani (91 percento).
Per sensibilizzare maggiormente e incentivare a non sprecare il cibo, in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione, il fondatore di Spreco Zero e di Last Minute Market, Andrea Segrè, ha spiegato quali sono le dieci regole fondamentali da seguire per non sprecare il cibo a casa e non solo: acquistare soltanto ciò che serve, facendo una lista precisa senza cadere nelle sirene del marketing; prediligere alimenti locali e di stagione basati sulla dieta mediterranea; leggere e capire bene etichette e scadenze; usare frigo, freezer e dispensa per conservare gli alimenti e non per stiparli alla rinfusa; cucinare quanto basta, ma se avanza condividere con i vicini o ”riciclare” tutto il giorno dopo; far in modo che il bidone della spazzatura sia vuoto, differenziando tutti i rifiuti (anche quelli non alimentari); al ristorante chiedere di riportare a casa ciò che non viene mangiato; riconoscere che il cibo ha un valore non solo per il nostro portafoglio ma anche per la nostra salute; chiedere che l’educazione alimentare e quella ambientale rientrino nelle nostre scuole come parte dell’educazione alla cittadinanza; mangiare è un atto di giustizia e di civismo: verso sé stessi, verso gli altri e verso il mondo.

L’indagine Coldiretti
Da chi spreca il cibo a chi ne ha un disperato bisogno. Soltanto nell’ultimo anno, infatti, nel nostro Paese 2,7 milioni di persone sono state costrette, per poter mangiare, a rivolgersi alle mense per i poveri o a chiedere pacchi alimentari. A rivelare il dato è un’analisi della Coldiretti, divulgata in concomitanza con la Giornata mondiale dell’alimentazione. Nel documento, inoltre si evidenzia come ad avere problemi per riuscire a mangiare sono oltre la metà dei 5 milioni di residenti che, secondo l’Istat, si trovano in una condizione di povertà assoluta. La misura più utilizzata è quella di ricorrere ai pacchi alimentari in quanto, nella maggior parte dei casi, le persone sono restie a rivolgersi alla Caritas o alle mense per i poveri per vergogna. «Sono appena 114mila quelli che si sono serviti delle mense dei poveri a fronte di 2,55 milioni che invece hanno accettato l’aiuto dei pacchi di cibo sulla base dei dati sugli aiuti alimentari distribuiti con i fondi Fead attraverso l’Agenzia per le Erogazioni in Agricoltura (Agea) – spiega la Coldiretti – Tra le categorie più deboli degli indigenti si contano 455mila bambini di età inferiore ai 15 anni, quasi 200mila anziani sopra i 65 anni e circa 100mila senza fissa dimora. E ci sono anche 380mila migranti che hanno lasciato spesso le proprie terre per la fame e ora si trovano ad affrontare la stessa emergenza in Italia». Per questo motivo, insieme alla fondazione Campagna Amica, la Coldiretti ha promosso nei mercati degli agricoltori a chilometri zero l’iniziativa “La Spesa sospesa” che offre la possibilità di fare una donazione per poter acquistare prodotti a favore dei più bisognosi. Il nome è stato scelto ispirandosi all’usanza campana del “caffè sospeso”, quando al bar si lascia un caffè pagato per il cliente che verrà dopo.