Allevamenti, dall’Europa una petizione per dire stop alle gabbie

La missione è un milione di firme. Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF: «E’ inaccettabile che nel XXI secolo si continui a far vivere animali in condizioni così crudeli, senza rispettare il loro benessere»

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Conigli, galline, ma anche scrofe e vitelli. Costretti a trascorrere la loro breve vita in piccole gabbia per poi uscirne solo per andare al macello. Sono milioni gli animali che vengono allevati ancora in queste condizioni ed è per questo che più di 100 diverse associazioni operanti in 24 paesi europei hanno lanciato la campagna “End the Cage Age” (Stop all’era delle gabbie), presentata in settimana a Bruxelles. «Le specie che oggi sono ancora legalmente allevate in gabbia nell’Unione Europea sono conigli, galline, quaglie, scrofe e vitelli – denunciano le associazioni – Si tratta di oltre 300 milioni di animali ogni anno, costretti a vivere all’interno di un sistema crudele che limita in maniera importante le loro libertà e non permette loro di esprimere gli specifici comportamenti naturali». Lo stop alle gabbie comporterebbe un enorme cambiamento nel sistema della produzione di cibo, il più monumentale impatto sul sistema dell’allevamento mai avvenuto finora.

Il logo della campagna presentata in Belgio

Missione firme
L’obiettivo è ambizioso. Per chiedere alla Commissione Europea di pronunciarsi bisognerà raccogliere, nell’arco di un anno, un milione di firme in almeno 7 paesi dell’Unione.  Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF (Compassion in World Farming) Italia Onlus, è convinta che l’obiettivo è alla portata: «Il nostro è un movimento ampio, composto da 130 associazioni che hanno a cuore il rispetto degli animali. E’ inaccettabile che nel XXI secolo si continui ad allevare animali in condizioni così crudeli, senza rispettare il loro benessere. Siamo certi che riusciremo a raggiungere e anzi supereremo il milione di firme». 

Tra costi e via libera Ue
Ma i costi di allevamento potrebbero essere nettamente maggiori. «Ci sono molti allevatori che stanno facendo questa scelta. Anche perché si rendono conto che corrisponde alle preferenze dei consumatori ogni giorno più attenti alla provenienza dei prodotti e alle modalità di allevamento. Sempre più persone per esempio scelgono uova di galline allevate a terra, libere di razzolare. Abbandonare le gabbie è una scelta lungimirante ed economicamente vantaggiosa per gli allevatori». Se si raggiunge l’obiettivo di un milione di firme la Commissione europea sarà costretta ad esprimersi, ma non per forza nel senso di un’eliminazione delle gabbie. «Noi crediamo che l’Europa debba legiferare in merito anche perché il suo stesso trattato dice che gli animali sono esseri senzienti. La Commissione sarà obbligata a pronunciarsi e dovrà motivare la sua opinione. Difficile pensare che possa esprimersi in senso totalmente contrario all’opinione espressa da più di un milione di cittadini europei».

Kipster insegna
Gli organizzatori della campagna sono convinti dunque che allevamenti senza gabbie siano realistici, come dimostra l’esperienza della Kipster, azienda olandese che ha abbandonato i canoni di allevamento tradizionale. L’azienda ha investito in innovazione, con il contributo di una importante catena della grande distribuzione. E ora alleva galline ovaiole in capannoni hi-tech con soffitti in vetro per mantenere la luce naturale, utilizza energia dai pannelli solari e cresce gli animali in ampi spazi che, all’interno e all’esterno, imitano ambienti naturali. Un sistema di produzione che, secondo i titolari, può essere praticato anche in altre parti di Europa, per allevamenti da 3.000 a 96.000 capi. 

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