Alzheimer, 8.900 passi al giorno fanno da scudo contro la malattia

Si tratta di una scoperta del Massachusetts General Hospital (Mgh): il target è abbordabile anche per chi conduce una vita tendenzialmente sedentaria

Una mela al giorno toglie il medico di torno, recita un detto famoso. Da adesso però si può affermare che 8.900 passi al giorno possono proteggere dal declino cognitivo e dall’Alzheimer. La scoperta è figlia del Massachusetts General Hospital (Mgh). Lo studio è stato svelato in anteprima in un un articolo pubblicato sul “Jama Neurology” e mostrato al mondo durante l’Alzheimer’s Association International Conference (Aaic) di Los Angeles, evento da poco concluso.  

Target abbordabile
8.900 passi al giorno rappresentano un target abbordabile anche per chi lavora, per chi conduce una vita tendenzialmente sedentaria. E’ una soglia molto inferiore ai classici 10 mila passi (circa 7 chilometri) che molte persone si prefissano di effetturare ogni giorno usando apposite app o contapassi incorporati nel proprio smartphone. Insomma, aumentare l’attività fisica fa bene alla salute: lo studio dimostra gli effetti protettivi dell’esercizio fisico nella fase pre-clinica della malattia, quando c’è ancora la possibilità di intervenire prima dell’inizio della perdita sostanziale di neuroni e della compromissione clinica.             

Parola a Reisa Sperling
«Gli effetti “scudo” dell’attività fisica sono stati osservati anche a livelli modesti di camminate, ma i più importanti sono stati evidenziati a quota 8.900 passi», ha osservato Reisa Sperling, direttore del Center for Alzheimer’s Research and Treatment, Brigham and Women’s Hospital and Massachusetts General Hospital. Secondo Sperling, «l’accumulo delle proteine beta-amiloide e Tau è tra i responsabili del processo di deterioramento cognitivo in età avanzata, ma – ha aggiunto la specialista – non dobbiamo dimenticarci che ci sono dei passi che possiamo fare per ridurre in futuro il rischio della malattia. L’Alzheimer è una patologia multifattoriale e richiede un approccio multifattoriale che potrà, speriamo, cambiare la traiettoria della patologia».

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