Amnesty a difesa delle donne. «Se fossero gli uomini a subire ingiustizie?»

Il segretario generale Kumi Naidoo: «È l'attivismo rosa ad aver offerto quest'anno la più potente visione di come contrastare i leader repressori»

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«In ogni parte del mondo le donne guadagnano meno dei loro colleghi e beneficiano di una sicurezza sul lavoro assai minore, sono impedite nell’accesso alla rappresentanza politica e sono esposte a un’endemica violenza sessuale che i governi continuano a ignorare. Dobbiamo chiedere a noi stessi perché succede. Se vivessimo in un mondo in cui fossero gli uomini a subire questo genere di persecuzione, questa ingiustizia verrebbe lasciata correre? Amnesty International può e deve fare di più sui diritti delle donne. Mentre ci apprestiamo a entrare nel 2019 credo più che mai che dobbiamo stare accanto ai movimenti delle donne, amplificare le loro voci in tutte le loro diversità e combattere per il riconoscimento di tutti i nostri diritti». Parole di Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty International, prununciate durante la presentazione del rapporto “Rights Today” in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani. Le attiviste di ogni parte del mondo, del resto, sono state in prima linea nella battaglia per i diritti umani e spesso si sono contrapposte ai leader che si definiscono “duri”, che hanno messo in pericolo libertà e diritti con politiche misogine, xenofobe e omofobe. «Loro pensano che queste politiche li rendano “tosti” ma si tratta di tattiche da bulli che cercano di demonizzare e perseguitare comunità già marginalizzate e vulnerabili – continua Naidoo – È l’attivismo delle donne ad aver offerto quest’anno la più potente visione di come contrastare questi leader repressori».

In prima pagina
Il crescente potere della voce delle donne non dev’essere sottovalutato, si legge nel volume, che analizza la situazione di sette regioni: Africa, Americhe, Asia orientale, Europa e Asia centrale, Medio Oriente e Africa del Nord, Asia meridionale e Asia sudorientale. Secondo il rapporto, mentre i movimenti per i diritti delle donne sono un fatto consolidato, nel 2018 le attiviste hanno fatto i principali titoli delle notizie sui diritti umani. Gruppi come “Ni una menos” in America Latina hanno dato vita a movimenti di massa sui diritti delle donne di una dimensione mai vista in passato. In India e Sudafrica migliaia di donne sono scese in strada per protestare contro l’endemica violenza sessuale. In Arabia Saudita le attiviste hanno rischiato di finire in carcere per aver sfidato il divieto di guida, in Iran per aver protestato contro l’obbligo d’indossare il velo. In Argentina, Irlanda e Polonia manifestazioni partecipatissime hanno chiesto la fine delle opprimenti leggi sull’aborto. Negli Usa, in Europa e in parti dell’Asia in milioni hanno preso parte alla seconda manifestazione #MeToo per dire basta alla misoginia e alla violenza. Ma non si può celebrare «lo straordinario risorgimento dell’attivismo delle donne» senza considerare la forza trainante che ha spinto così tante donne a mobilitarsi per il cambiamento. «I diritti delle donne sono costantemente posti in secondo piano, rispetto ad altri diritti e libertà, da governi che credono di potersela cavare con poco dimenticando che in questo modo vengono meno al dovere di proteggere i diritti di metà della popolazione mondiale. Quel che è peggio è che molti degli attuali leader hanno lanciato nuovi attacchi ai diritti delle donne ricorrendo a una narrazione misogina e divisiva. Vogliono farci credere che stanno proteggendo i valori tradizionali che rappresentano gli interessi della famiglia ma in realtà stanno promuovendo un’agenda che nega alle donne il fondamento dell’uguaglianza», ha commentato Naidoo.

Vita a rischio
L’analisi di Amnesty International punta il dito su un crescente numero di politiche e legislazioni che intendono sottomettere e controllare le donne, soprattutto nella sfera dei diritti sessuali e riproduttivi: in Polonia e in Guatemala sono state  fatte proposte per rendere ancora più rigide le leggi sull’aborto mentre negli Usa il taglio dei fondi ai centri per la pianificazione familiare hanno messo a rischio la salute di milioni di donne. Nel 2018 le attiviste hanno rischiato la vita e la libertà per denunciare le ingiustizie: la palestinese Ahed Tamimi è finita in carcere ingiustamente per aver osato difendere la sua gente; le saudite Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef sono state imprigionate per la loro campagna in favore dei diritti delle donne; e in Brasile Marielle Franco è stata brutalmente assassinata per la sua indefessa lotta in favore dei diritti umani.

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