Arbitri, quanto guadagnano? Nicchi: «Serve un reddito di cittadinanza»

Il numero uno dell'Aia lancia l'idea per creare un fondo ad hoc: «Quando finisce l'attività si ritrovano senza nulla, a una età avanzata»

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Gli arbitri in Italia svolgono un lavoro a tempo determinato. In primis per una questione anagrafica. Vale per chiunque, anche per chi raggiunge l’olimpo pallonaro, per chi dirige partite di cartello all’Olimpico, a San Siro o all’Allianz Stadium. Il presidente dell’Aia, Marcello Nicchi, ospite questa mattina di Radio anch’io sport sulla Rai, ha lanciato un’idea per aiutare gli arbitri che appendono il fischietto al chiodo: «Stiamo pensando a un reddito di cittadinanza arbitrale. Abbiamo dei professionisti che per arbitrare in A ed in B lasciano il lavoro. Quando finisce l’attività si ritrovano senza nulla, a una età avanzata. Non escludiamo di creare un fondo di solidarietà della durata di uno-due anni, per dare agli arbitri la possibilità in questo lasso di tempo di ricrearsi una vita, un lavoro». Difficile dire quanto dura in media una carriera di un arbitro top: i migliori riescono a restare nel circuito della Serie A anche per un decennio, mentre altri vengono “triturati” dal sistema nel giro di qualche stagione. E’ chiaro che sono avvantaggiati i liberi professionisti o chi ha un’azienda di famiglia, perché in questi casi si può mettere in pausa l’attività per correre dietro ai calciatori. Traduzione: dedicare tempo e trasferte più o meno lunghe a quello che non è un hobby ma un lavoro vero e proprio.

Al top della carriera
Gli arbitri incassano 3.800 euro (più rimborsi per vitto e alloggio) per dirigere una partita in Serie A. La quota scende per gli assistenti (1000 euro) e per il quarto uomo (500 euro). Chi sta al Var prende un gettone da 1500 euro, mentre per l’Avar l’incasso è di 700 euro. C’è anche una quota fissa che va dai 45 mila euro dei giovani ai 72 mila euro di chi ha oltre 71 sfide nel massimo campionato. Per gli assistenti si va dagli 8 mila euro dei neopromossi ai 24 mila euro degli internazionali. Capitolo Coppa Italia: 1000 euro per un primo turno all’arbitro, poi la quota aumenta fino ad arrivare alla finalissima (3.800 euro). In Europa, dove i posti sono ristrettissimi, si ha una retribuzione maggiore, che raggiunge picchi di quasi 6.000 euro per una finale.  

Sul Var
Nicchi ha messo il focus sulla tecnologia: «Stiamo lavorando per creare questo centro Var a Coverciano perché innanzitutto si risparmiano risorse, ma anche perché gli arbitri che fanno il Var saranno a loro agio a casa loro, a Coverciano. Inoltre vogliamo mettere gli operatori e gli arbitri in condizione di avere sempre meno pressione e fare il lavoro con tranquillità. Bisogna continuare a inculcare nella testa degli sportivi il fatto che la tecnologia è un supporto, non l’arbitro. Bisogna stare attenti, nel nostro paese sono nati i moviolisti della Var, che spesso fanno danni. Quando sento dire “manca un rigore, un giallo, l’arbitro doveva”: il campo è un’altra cosa. Perché non vi fidate del Var? E’ una macchina che funziona. Credo sia qualcosa che va rispettato e si deve avere fiducia nelle macchine e negli uomini, e bisogna perfezionare il prodotto. Faremo tutto quello che è necessario per fare diventare questo mezzo quasi ineccepibile. Abbiamo visto che la macchina raramente sbaglia e questo è importante». E sul tema del Var anche per la Serie B precisa. «Mi viene non dico da sorridere, si deve stare un pochino cauti ,anche perché poi lo vorrà la Serie C e poi l’Eccellenza. Il Var è uno strumento adottato per la prima Lega dopodiché se vogliamo in Italia essere ancora una volta precursori e se si tratta di usare il Var in uno spareggio della B per salire in Serie A si può trovare il modo di farlo».