Architetto, una professione che rischia di morire. E’ davvero così?

E' una delle facoltà con il numero chiuso a livello nazionale: il suo appeal sta calando inesorabilmente. Per l'accesso all'anno accademico, per la prima volta, ci sono stati meno aspiranti che posti disponibili. Ma quali sono le cause di questa crisi? Momento Italia ha intervistato la professoressa Anna Maria Giovenale, preside alla Sapienza

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Da alcune settimane sta facendo discutere l’idea del governo di abolire, in un futuro non così lontano, il numero chiuso per l’accesso a Medicina. E pensare che c’è una facoltà in cui, teoricamente, potrebbe essere fatto anche domani. Si tratta di Architettura. Il motivo? La carenza di iscritti. Sembra che nessuno voglia più intraprendere la carriera di architetto. Basta osservare i numeri degli ultimi test d’ingresso 2018/2019. Per immatricolarsi a Medicina si sono presentati a sostenere i quiz quasi 60 mila candidati per mettere le mani su 10 mila posti (in pratica è entrato solo 1 su 6). Gli aspiranti architetti, invece, sono stati 6779, molti di meno dei 7211 posti messi a bando. Inoltre, calcolando che gli idonei che hanno ottenuto i 20 punti necessari per essere inseriti in graduatoria sono stati ancora meno (appena 5720), a conti fatti sono “avanzati” circa 1500 posti.

Crisi nell’aria
«Purtroppo non è stata una sorpresa – commenta così i dati la professoressa Anna Maria Giovenale, preside della facoltà di Architettura all’università Sapienza di Roma -. E’ un trend iniziato da diverso tempo (nel 2016 i candidati furono 8672, nel 2017 scesero a 7865; e comunque al di sopra dei posti disponibili, ndr). Questo, però, è stato un anno epocale. Per la prima volta abbiamo più posti che studenti». Una crisi delle vocazioni che la preside riconduce a più cause: «Da un lato l’architettura fa parte di un settore, l’edilizia, che ha pagato a caro prezzo la crisi economica. Mentre di figure come l’ingegnere strutturista se ne continua a sentire l’importanza, specialmente dopo gli eventi sismici che hanno colpito l’Italia. Gli architetti, comunque, non sono esenti da responsabilità: si sono concentrati sugli edifici, trascurando l’ambiente in cui s’innestavano (parchi, viabilità, ecc.); si sono allontanati dalle città, intese in senso più ampio, quando invece dovrebbero avere un forte ruolo sociale».

Ma il lavoro c’è…
Non è dunque, come sarebbe lecito pensare, solo la mancanza di prospettive occupazionali a determinare l’attuale stato dell’architettura italiana; anzi. «Secondo i dati Almalaurea – continua la Giovenale – esistono competenze, come quelle legate al mondo del design, dove il lavoro c’è. Ma questi sono anche i corsi più affollati. In più, c’è una forte richiesta di figure che sappiano gestire l’intero processo edilizio. Bisognerebbe potenziare i percorsi che formano figure del genere, tra l’altro molto richieste all’estero. Alla Sapienza, ad esempio, lo stiamo facendo in collaborazione con la facoltà di Ingegneria». Ma, per tornare al ruolo propulsore degli architetti (o degli aspiranti tali) anche le scelte dei ragazzi pesano. L’Italia ha assoluta urgenza di gente che si occupi di territorio, di paesaggio, di ambiente. La risposta però è fredda: «Architetti specializzati in questo settore servirebbero eccome – sottolinea la preside – basta guardare tutti i giorni i telegiornali. Alla prova dei fatti, però, tutto svanisce. Dopo anni abbiamo provato a riattivare il corso di architettura del paesaggio, ma ci si iscrivono davvero in pochi». Un vero e proprio corto circuito del sistema.

Domanda e possibile soluzione
A questo punto, tornando al tema di partenza, ha ancora senso mantenere i test d’ingresso ad architettura? «Più che abolire il numero chiuso sarei più favorevole a una selezione in corso d’opera – ad esempio, alla fine del primo anno – per capire le reali inclinazioni dei ragazzi dopo un periodo di rodaggio. Anche perché il numero chiuso attualmente è una condizione inevitabile, questione di proporzione tra numero d’iscritti e professori e di scarsa disponibilità di spazi. Tra l’altro, non credo che la sua abolizione basterebbe a rilanciare l’appeal della facoltà». Sarebbe meglio che tutti gli attori coinvolti – atenei, ordini professionali, decisori pubblici – per dirla con le parole della preside dell’università romana «riprendano a lavorare in stretta sinergia».

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