Arriva la “flat tax” sulle ripetizioni. Riuscirà a sconfiggere il “mercato nero”?

Dal prossimo anno i docenti che svolgono lezioni private potrebbero pagare un'aliquota fissa sui redditi derivanti da questo tipo di attività. L'obiettivo è far emergere il sommerso record - stimato attorno al 90 per cento - generato da un settore che muove quasi un miliardo di euro l'anno

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Un assaggio di “flat tax” è pronto al debutto. A fare da “cavia” i docenti che, parallelamente all’insegnamento, impartiscono ripetizioni. Nella bozza di Legge di Bilancio 2019 che verrà esaminata dal Parlamento si parla, infatti, di un’imposta fissa del 15 per cento da applicare ai redditi derivanti dallo svolgimento delle lezioni private. Il governo Lega-M5S, prima di varare la grande riforma fiscale contenuta nel “Contratto”, ha forse voluto verificare il reale ritorno di un’aliquota unica sulle entrate degli italiani, testandola in un settore dove il passaggio di soldi è notevole. E dove altrettanto si può dire per il sommerso, ai massimi livelli.

Un settore che muove quasi un miliardo di euro l’anno
Secondo una ricerca effettuata dalla Fondazione Einaudi nel 2016, il giro d’affari legato alle lezioni private si aggirerebbe attorno agli 800 milioni di euro l’anno. Si stima che circa la metà degli studenti delle scuole superiori (e quasi il 20 per cento di quelli delle medie) si avvalga di questo strumento. Ponendo il costo medio delle ripetizioni sui 27 euro l’ora (ma per alcune materie i prezzi schizzano in alto) e calcolando che un ragazzo ha bisogno di almeno 50-70 ore di tutoraggio per raggiungere l’obiettivo, il conto finale per ogni famiglia sarebbe di oltre 1600 euro nel corso dell’anno scolastico. Ma le somme potrebbero essere anche più alte: il Codacons, nel 2017, ha valutato il mercato delle ripetizioni sui 950 milioni di euro. Peccato che, il 90 per cento di questi soldi, non vengano dichiarati. Nonostante la legge.

Le leggi già ci sono ma il sommerso la fa da padrone
Quello delle ripetizioni, però, è un mondo particolare; basato sul passaparola e svolto quasi esclusivamente in casa. Difficile da monitorare. Attualmente, chi tiene lezioni a domicilio, già dovrebbe rilasciare allo studente regolare ricevuta fiscale. E le somme incassate dal docente dovrebbero figurare, a fine anno, nella dichiarazione dei redditi. Introiti che, sia per chi ha un contratto di lavoro sia per chi svolge quest’attività in maniera esclusiva, sono soggetti al versamento dell’Irpef, con le relative addizionali regionali e comunali, che in alcuni casi possono raggiungere il 45 per cento del reddito da ripetizioni (e che comunque non scendono sotto il 23 per cento). Anche per questo le norme presenti sinora non sono riuscite a tamponare il fenomeno del “nero”.

A chi è rivolta la “flat tax” sulle lezioni private
Così, per tentare di recuperare una buona parte delle mancate entrate, il governo ha scelto la strada della collaborazione: la prospettiva di pagare meno tasse in cambio della dichiarazione degli incassi extra. Con la nuova disciplina il risparmio sarebbe notevole: un’aliquota fissa al 15 per cento al posto di ogni altra trattenuta. Alla fine, secondo le previsioni dei tecnici del Mef, dovrebbero entrare nelle case dello Stato ben 100 milioni di euro in più. Una norma, quella contenuta nella manovra 2019, che per il momento si applicherà solo ai docenti titolari di una cattedra (nelle scuole di ogni ordine e grado). Nulla invece dovrebbe cambiare per studenti universitari, neolaureati o altri che impartiscono lezioni private per arrotondare.

Le conseguenze della riforma per docenti e famiglie
Ma, come in ogni cosa, c’è il rovescio della medaglia. La “flat tax” sulle ripetizioni potrebbe far lievitare il costo orario delle lezioni. I docenti, iniziando a dichiarare questi redditi, potrebbero scaricare il peso della tassazione sui clienti. Ciò potrebbe trasformarsi in una grande ribalta per quelle piattaforme online – come, ad esempio, Skuola.net | Ripetizioni o Superprof – specializzate nel far incontrare domanda e offerta di ripetizioni. Il motivo? L’alto tasso di competizione tra i tutor, che spinge a ribassare le tariffe. Ci sono talmente tanti insegnanti registrati che, per acquisire clienti, anche un tutor specializzato si accontenta (almeno inizialmente) di guadagnare di meno, fissando una sorta di prezzo di lancio. Probabilmente molto più a buon mercato rispetto al costo delle ripetizioni tradizionali, soprattutto dopo l’avvento della “tassa fissa”.

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