Autonomia regionale, volano per il Nord o boomerang per il Sud?

Intervista al professor Gianfranco Viesti, docente di Economia applicata presso l’Università di Bari e autore di “Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale” (edizioni Laterza, 2019)

autonomia regionale

Autonomia regionale differenziata, questa sconosciuta. Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle Regioni a statuto ordinario fa litigare Lega e 5 stelle, ma se ne parla poco e in modo (volutamente?) vago. Così in pochi sanno di cosa si tratti esattamente. Abbiamo chiesto così a Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata presso l’Università di Bari e autore di “Verso la secessione dei ricchi? Autonomie regionali e unità nazionale” (edizioni Laterza, 2019) di aiutarci a capire di cosa stiamo parlando. Il tema del riconoscimento di maggiori forme di autonomia alle Regioni a statuto ordinario, ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, si è imposto al centro del dibattito a seguito delle iniziative intraprese da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna nel 2017. Dopo aver sottoscritto tre accordi preliminari con il governo a febbraio 2018, su richiesta delle tre regioni, il negoziato è proseguito ampliando il quadro delle materie da trasferire rispetto a quello originariamente previsto. Nella seduta del 14 febbraio 2019, il ministro per gli Affari regionali ha illustrato in Consiglio dei ministri i contenuti delle intese da sottoporre alla firma. Nel frattempo altre regioni hanno intrapreso il percorso per la richiesta di condizioni particolari di autonomia.

Prof. Viesti cosa è esattamente l’autonomia regionale differenziata?
«E’ un processo che, partendo dall’articolo 116 della Costituzione, prevede di trasferire ad alcune regioni molti dei poteri oggi esercitati dallo Stato».

Lei però è molto critico.
«Lo sono perché la proposta attualmente in discussione pone tre ordini di problemi. Il primo è che soprattutto Veneto e Lombardia chiedono competenze estesissime che vanno dalla gestione dell’acqua ai rifiuti, dalla scuola alle infrastrutture e molte altre. Materie che riguardano la vita quotidiana di tutti i cittadini. Questo vuol dire cambiare completamente l’organizzazione dell’Italia, modificare il funzionamento dei servizi pubblici e, in ultima analisi arrivare a riconoscere diritti diversi ai cittadini in base alla loro regione di residenza».

Ci può fare un esempio?
«Pensiamo all’istruzione e alla scuola. Il sistema scolastico nazionale in alcune regioni verrebbe sostituito da un sistema regionale che oltre a gestire l’istruzione avrebbe anche una competenza concorrente con lo Stato nel definire le finalità della scuola. I docenti e il personale diventerebbero dipendenti regionali con contratti specifici e nuovi salari da stabilire».

Lei parla di una secessione dei ricchi.
«E’ il secondo motivo che mi fa dubitare di questa riforma. Veneto e Lombardia chiedono di ottenere, sotto forma di quote di gettito dei tributi che vengono trattenute, risorse pubbliche maggiori rispetto a quelle che oggi lo Stato spende per loro. Ma questo vuol dire togliere risorse alla spesa pubblica totale e dunque ridurre i finanziamenti alle altre regioni, attribuendo un ulteriore vantaggio economico al Nord».

Poi c’è un terzo motivo.
«Questo processo di portata storica sta andando avanti senza che i cittadini sappiano niente. Si passa semplicemente attraverso un’intesa sottoposta al Parlamento per la sola ratifica con un cambiamento che non è più reversibile. Per questo chi vuole informarsi può andare sul sito Laterza e scaricare gratuitamente il mio libro». 

Ma la Costituzione non rappresenta un argine a questo processo?
«Il processo avviato è di per sé costituzionale ma non conosciamo ancora i dettagli del provvedimento. E se fossero contrari alla Costituzione soltanto la Corte costituzionale potrebbe stabilirlo e con un giudizio a posteriori». 

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