Banche, passa la linea Tria  

di Mattia Repetto
Doppio binario nei rimborsi in base a reddito e patrimonio immobiliare: nella lunga e travagliata vicenda dei rimborsi ai risparmiatori che hanno perso il loro risparmi nei crac bancari la vittoria porta un nome, quello del ministro Giovanni Tria. Certamente aiutato e non poco dal premier Giuseppe Conte, che nel suo ruolo di mediatore è riuscito nuovamente nell’impresa di conciliare le posizioni nella maggioranza, ma la lunga discussione intavolata tra il Tesoro e la Ue è quella che ha messo probabilmente la parola fine allo sblocco del fondo stanziato in legge di bilancio. Tutto questo nonostante l’insistenza del vicepremier Luigi Di Maio sul tema: “No all’arbitrato – aveva detto non più tardi di questa mattina dal Verona al Vinitaly – perché passeranno mesi e mesi e io non voglio”. 

Una vittoria a metà, invece, per i risparmiatori: non tanto per il risultato finale, giudicato sostanzialmente positivo, quanto perché per ora è stato tutto annunciato a voce e documenti ufficiali non se ne sono visti ancora. Ora l’attesa è per i decreti attuativi che verranno firmati dai tecnici del Mef e che modificheranno la legge di Bilancio, nella quale era stato definito il fondo con 1,5 miliardi di euro. 

La cronaca della giornata è iniziata davanti a Palazzo Chigi, dove associazioni di risparmiatori e consumatori erano state convocate dal premier alle 12. Più giornalisti che truffati, qualche cartello qua e là con battute più o meno ripetibili nei confronti del commissario Margrethe Vestager, l’incontro si è aperto quasi due ore dopo rispetto all’orario scelto. Oltre al ministro Tria, che non è mai intervenuto se non a supportare le parole del premier, erano presenti il ministro Riccardo Fraccaro e i sottosegretari all’Economia Alessio Villarosa e Massimo Bitonci. 

Al tavolo Conte ha presentato la proposta, figlia di Tria, che prevede il famoso doppio binario: un accesso automatico ai rimborsi tramite il Fondo Indennizzo Risparmiatori (Fir), al quale si potrà accedere se si possiede un patrimonio immobiliare inferiore ai 100mila euro al 2018 oppure con un reddito imponibile inferiore ai 35mila euro lordi sempre nel corso dello scorso anno. Chi rimarrà fuori da questi parametri dovrà invece passare per un arbitrato rapido, che attraverso la tipicizzazione dell’illecito, contrattuale o extra contrattuale, definirà l’eventuale rimborso.  

Rispetto a quanto paventato nelle scorse settimane, le vere novità sono nell’allargamento della platea degli indennizzi diretti con il passaggio dall’Isee al reddito imponibile e nella tipicizzazione degli illeciti per accelerare l’arbitrato. Per quanto riguarda invece le restanti ‘voci’, nulla cambia: ai risparmiatori azionisti verrà riconosciuto il 30% di quanto perso, agli obbligazionisti subordinati il 95%. Stesso trattamento per chi passerà attraverso l’arbitrato ma chiaramente con tempi allungati. Secondo i numeri del Mef, almeno il 90% del totale di circa 200mila risparmiatori passerà per gli indennizzi diretti. Sono cifre che non convincono le associazioni ma che a oggi non possono essere ‘smentite’ perché per queste ultime non è semplice calcolare i redditi e i beni immobili di tutti i coinvolti. 

Le stesse percentuali di rimborso per chi passerà per l’arbitrato e chi no è uno degli aspetti che non ha convinto del tutto le associazioni, che da tempo chiedono percentuali più elevate per gli azionisti che passano attraverso l’arbitrato, ad esempio all’80% sia in caso di azionista, riducendo – seppure di poco – quelle degli obbligazionisti.  

C’è poi un altro nodo che è rimasto in sospeso e che nel corso dell’incontro non ha avuto risposta. Nell’eventualità di pacchetti di investimento acquistati da più persone, quale dovrà essere la procedura di rimborso davanti a redditi differenti dei partecipanti, sopra e sotto i 35mila euro? La domanda è stata posta al ministro Tria, una risposta non è arrivata. Decisa, invece, la sorte per chi aveva acquistato obbligazioni poi convertite in azioni, attraverso le quali le banche hanno effettuato aumenti di capitale: l’indennizzo sarà del 30% e non del 95%, differentemente da quanto chiesto dalle associazioni, tutte tranne qualche voce fuori dal coro, che ha parlato di troppi soldi impegnati con una scelta del genere. 

Alle fine dell’incontro, il risultato del voto è quasi all’unanimità. Tutti accettano la proposta, non convinti in pieno ma almeno sicuri che sia la scelta più responsabile. Tutti tranne due associazioni: ‘Noi che credevamo nella Banca Popolare di Vicenza’ e il ‘Coordinamento don Torta’. All’uscita dall’incontro, è il presidente della prima, Luigi Ugone, a spiegare le ragioni: “Non ci hanno fatto leggere la bozza, ci hanno descritto qualcosa. Non avendo visto nulla, non mi prendo la responsabilità di firmare”. Anche se a prima vista è sembrato un secco “no”, poco dopo raggiunto dall’Adnkronos, Ugone ha spiegato: “Non sappiamo come andrà avanti la questione. Al momento i numeri del Mef non sono chiari ma restiamo aperti al confronto se vi fossero gli spazi”. 

Mentre a fare chiarezza sul suo sì è Letizia Giorgianni, presidente delle ‘Vittime del Salvabanche’: “E’ stata una scelta di responsabilità e prudenza. La sensazione – dice all’Adnkronos – era quella che non ci fossero reali possibilità di miglioramento”. 

(Fonte: Adnkronos)