Bce, l’addio di Draghi 

di Massimo Germinario

Nessuna commozione apparente, molti sorrisi e una certa emozione con un ringraziamento “sincero e non formale” per il ruolo dei giornalisti e del loro contributo, un ringraziamento assolutamente contraccambiato dai presenti. E’ stata all’insegna del riconoscimento reciproco del lavoro svolto l’ultima conferenza stampa di Mario Draghi in qualità di presidente della Bce.

In assenza – prevedibile – di novità dalla riunione del Consiglio Direttivo, l’attenzione si è incentrata sul futuro del banchiere centrale italiano (“cosa farò? Non lo so, chiedetelo a mia moglie” ha glissato, sfuggendo a illazioni su nuovi incarichi istituzionali) ma soprattutto sulle ‘conseguenze’ del precedente meeting, quello del nuovo taglio dei tassi e della ripresa del QE, scelte che hanno portato a inedite dichiarazioni pubbliche di opposizione da parte di alcuni banchieri centrali.

Eppure, ha rivendicato Draghi, “quello che è successo dopo la riunione di settembre mostra che le nostre decisioni erano giustificate” e “i mercati – ha aggiunto – non hanno frainteso, ma anzi hanno ‘letto’ correttamente” il senso delle decisioni adottate il mese scorso ‘a maggioranza’.

Questa volta c’è stata unanimità sul mantenimento di quelle scelte, anche perché una nuova frattura sarebbe stata dolorosa e intempestiva. In ogni caso Draghi – che si è detto “non sorpreso” dalle critiche pubbliche – ha voluto smorzare l’eco delle polemiche: “Tutti discutono, ci sono divergenze nelle discussione sulle decisioni di politica monetaria e non è stata la prima volta” che non c’è stata unanimità nel Consiglio Direttivo.

Inutile forzare la mano, visto che dal prossimo primo novembre il pallino passa nelle mani di Christine Lagarde (presente al meeting ma ‘in silenzio’). Una Lagarde alla quale – ha sottolineato Draghi, echeggiando quanto detto su di lui a suo tempo da Trichet – “non servono consigli: sa perfettamente cosa fare e ha molto tempo davanti” per ‘costruire’ il consenso nel suo Consiglio.

Lo scenario resta peraltro piuttosto opaco: “Gli ultimi dati – ha spiegato nella dichiarazione introduttiva – confermano il giudizio su debolezza della dinamica della crescita dell’Eurozona e le basse pressioni sull’inflazione” mentre sulle prospettive dell’Eurozona “restano rischi al ribasso legati alla incertezze” commerciali e geopolitiche a livello globale. Quanto all’inflazione, “dall’1% di agosto è scesa a settembre allo 0,8% per via del calo dei prezzi alimentari e energetici”. Ancora troppo bassa, dunque, per mettere nel mirino – anche nel lungo periodo – eventuali rialzi dei tassi.

Peraltro – ha rivendicato Draghi – nelle sue ultime analisi il Fondo Monetario Internazionale “non ha detto che i tassi negativi sono inefficaci, ma ha parlato di preoccupazioni per tassi molto bassi e molto a lungo. Siamo consapevoli dei rischi ma il nostro giudizio sui tassi negativi è buono”, è una esperienza molto positiva” che ha portato l’Eurozona “esattamente nella direzione voluta”.

Sul fronte rimpianti, Draghi si è concesso solo un’annotazione sulla mancanza nell’Eurozona di uno “strumento centrale di bilancio, una cosa che tutte le unioni monetarie hanno: qualcosa che può essere usato anticiclicamente, creato però in maniera da non creare più rischio”.

E chiudendo l’incontro, scandito da riconoscimenti sinceri da parte dei giornalisti, Draghi ha spiegato come se l’incontro con la stampa “all’inizio è stato un obbligo che poi ho accettato, ora era diventato un piacere”. “La vostra interazione è stata essenziale – ha aggiunto – con le vostre domande avete stimolato la ricerca di una maggiore trasparenza aiutandoci a comunicare meglio”.

“Senza il vostro ruolo, non credo che da sole le banche centrali sarebbero uscite dall’opacità” del passato, ha concluso Draghi. Che lascia il vuoto di uno che – ha spiegato – “oggi si sente come uno che ha cercato di adempiere al suo mandato nel modo migliore”. Inutile dirlo, riuscendoci.