Bekaert, lavoratori appesi a un filo (d’acciaio)

La storia della multinazionale belga che abbandona lo stabilimento di Figline Valdarno

Oltre 300 lavoratori licenziati e produzione spostata in Romania. La multinazionale belga Bekaert ha deciso: lo stabilimento di Figline Valdarno, alle porte di Firenze, che produce “steel cord” (i cavetti d’acciaio che rinforzano gli pneumatici) chiuderà i battenti il 4 settembre.

La storia
Ceduta nel 2014 da Pirelli alla multinazionale belga, la fabbrica, che impiega 318 lavoratori, è considerata un’eccellenza italiana e quindi resta difficile da spiegare l’ennesima chiusura di un’impresa in salute e la delocalizzazione all’estero della sua produzione. «Bekaert vuole chiudere e far lavorare fino alla saturazione degli impianti i suoi due stabilimenti in Slovacchia e Romania – accusa la Fiom Cgil fiorentina – Ci hanno detto chiaro e tondo che lo fanno per risparmiare sul costo del lavoro. Ma è un meccanismo di dumping salariale interno all’Unione europea».

La Valle dell’Arno in difesa dello stabilimento
L’annuncio della chiusura ha colto di sorpresa i lavoratori. Anche perché la procedura di licenziamento collettivo per cessazione d’attività esclude la cassa integrazione straordinaria e l’unico sostegno di cui potranno godere sarà la Naspi, con il 75 per cento della paga mensile per qualche mese e poi un progressivo calo fino ad arrivare a zero dopo due anni.
Quello che forse la proprietà belga non sa è che la fabbrica metalmeccanica di Figline Valdarno è una fabbrica storica del territorio toscano. Ed è per questo che la mobilitazione contro la chiusura non ha coinvolto solo gli operai, ma l’intera comunità. Il 29 giugno scorso, nella manifestazione in difesa dello stabilimento, accanto ai lavoratori c’era tutta la città: più di cinquemila persone in marcia per le vie del paese, con la serrata dei commercianti, gli stendardi delle amministrazioni comunali della Valle dell’Arno e gli anziani affacciati alle finestre. La lotta contro la chiusura andrà avanti.

Il braccio di ferro col Mise
Nella riunione del 5 luglio al ministero dello Sviluppo economico l’azienda ha risposto no a qualunque richiesta di sospensione dei licenziamenti. «Questo governo si premurerà di andare in giro per il mondo a raccontare la poca attendibilità della multinazionale, avranno un primo sponsor negativo e sarà il governo italiano», ha avvertito il ministro Di Maio lamentando il fatto che proprio questa società fosse andata al Mise 3-4 mesi fa dicendo che andava tutto bene.

L’appello dei sindacati
Fim, Fiom e Uilm fanno un appello anche ai produttori di spumanti e di vini italiani, chiedendo loro «di non comprare più dalla Bekaert le gabbiette fermatappo usate per imbottigliare la maggioranza dei vini». Una produzione che non avviene in Italia e anche per questo, scrivono sindacati e lavoratori, «Bekaert non può pensare di tappare gli spumanti italiani famosi in tutto il mondo facendone un vanto e al contempo trattare i lavoratori italiani peggio di un tappo di spumante di cattiva fattura».

Sindacati e istituzioni chiedono anche un intervento di Pirelli. Quando la fabbrica venne ceduta infatti, Pirelli firmò un accordo triennale, scaduto il 31 dicembre scorso, in cui si impegnava a rimanere cliente del filo di acciaio prodotto nello stabilimento fiorentino. L’accordo venne poi rinnovato per altri tre anni, ma solo dal punto di vista commerciale: Pirelli, dunque, seguiterà ad acquistare lo “steel cord” da Bekaert, ma senza più alcun vincolo legato all’impianto di Figline. Oggi si chiede che anche Pirelli faccia la sua parte e decida di acquistare lo “steel cord” dalla multinazionale belga solo se la produzione continuerà ad avvenire presso lo stabilimento toscano, almeno fino al termine dell’attuale accordo commerciale.

Si mobilita anche l’Europa
La battaglia è arrivata a Bruxelles. Gli eurodeputati del Pd Simona Bonafè e Nicola Danti hanno sollecitato la Commissione europea a verificare che Bekaert non abbia violato le regole Ue che non ammettono l’uso di fondi strutturali o di aiuti di Stato per incoraggiare la delocalizzazione di servizi e produzioni. La Commissione ha richiesto già dei chiarimenti alle Autorità romene.

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