Biologico, un settore in crescita che ha bisogno di una regolamentazione

Tuttavia, il ddl sull'argomento fermo in Parlamento non riscuote il consenso di ricercatori, agronomi e tecnici

biologico

Salute, etica, rispetto dell’ambiente. Sempre più consumatori decidono di acquistare prodotti biologici. Ma quello che acquistiamo con il marchio bio rispetta davvero tutti i criteri necessari? In Parlamento rimbalza da tempo un disegno di legge che vuole dare ordine ad un settore comunque in crescita e ormai importante per l’economia nazionale. Le produzioni con metodo biologico rappresentano oggi in Italia il 15 per cento del totale e le imprese che vi aderiscono sono il 4,5 per cento del totale.

Numeri in crescita
Secondo i dati pubblicati sul sito dell’Aiab (relativi all’anno 2016) le aziende convertite al bio sono cresciute dell’8 per cento e la vendita di prodotti bio nella Grande distribuzione è salita del 20 per cento. Il fatturato del settore raggiungerebbe i 5 miliardi.  Sempre l’Aiab ci spiega che quando parliamo di agricoltura biologica si fa riferimento a un metodo di coltivazione e di allevamento che ammette solo l’impiego di sostanze naturali, presenti cioè in natura, escludendo l’utilizzo di sostanze di sintesi chimica (concimi, diserbanti, insetticidi). In più si tratta di un modello di produzione che evita lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, in particolare del suolo, dell’acqua e dell’aria. Il ddl sul biologico dovrebbe iniziare il suo iter nella Commissione Agricoltura al Senato, dopo essere stato approvato ad ampia maggioranza il 1° dicembre alla Camera.  «L’obiettivo – spiega Chiara Gadda, capogruppo Pd in commissione Agricoltura alla Camera e prima firmataria della legge – è gettare le basi per un piano strategico nazionale che rilancerà la competitività del comparto. Il Parlamento ci sta lavorando da tre legislature, io ho ripresentato il ddl con delle modifiche come l’aggiunta del logo nazionale. L’obiettivo è mettere a sistema le richieste degli operatori emerse in un lungo ciclo di audizioni. Da tempo le associazioni sottolineano l’importanza di una legge-quadro nazionale».

Le critiche alla legge
Ma la legge non piace a tutti. Più di 200 ricercatori, agronomi, tecnici ed esperti di scienze agrarie hanno inviato una lettera a tutti i senatori membri della commissione Agricoltura criticando i contenuti del ddl. In particolare sostengono che la convinzione che il bio non inquini è sbagliata. «Per ottenere le stesse quantità  di raccolto occorre coltivare più terre – fanno notare – e quindi si emettono più gas serra e si inquinano di più le falde con i nitrati». Altri nodi contestati sono i controlli (è anomalo il rapporto tra valutatori e produttori, che vede il controllore pagato dal controllato) e si ricorda che i 13 milioni di ettari di superficie agricola utile coltivati in Italia producono solo il 70 per cento del fabbisogno nazionale e non sono quindi sufficienti per l’autosufficienza alimentare. Il ddl andrebbe ad aumentare dunque la dipendenza dall’estero. Marco Trevisan, preside della facoltà di Scienze Agrarie, alimentari e ambientali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza è critico sulla premessa riportata nell’art.1 del ddl, che parla della produzione biologica come di attività di interesse nazionale «con funzione sociale e ambientale, in quanto settore economico basato sulla qualità dei prodotti, sulla sicurezza alimentare, sul benessere degli animali, sullo sviluppo rurale, sulla tutela dell’ambiente e dell’ecosistema e sulla salvaguardia della biodiversità, che concorre alla tutela della salute e al raggiungimento degli obiettivi di riduzione dell’intensità delle emissioni di gas a effetto serra».

«Ritengo – spiega Trevisan – che questa descrizione sia sì appropriata, ma per definire tutto il comparto agricolo e non possa quindi essere di esclusivo monopolio dell’agricoltura biologica, che non ha nessuna relazione con l’obiettivo di promuovere un’agricoltura sostenibile. L’agricoltura è una. Attribuire queste caratteristiche al biologico – al quale, sia chiaro, non siamo contrari, come dimostra il fatto che l’agricoltura biologica è parte degli insegnamenti della facoltà di Scienze agrarie alimentari e ambientali da anni – significa ammettere tra le righe che l’agricoltura convenzionale operi lontano da questi obiettivi, cosa che non è assolutamente vera. In generale, classificare l’agricoltura in diversi tipi e promuovere culturalmente ed economicamente uno solo di essi, avalla posizioni irrazionali che giudicano le diverse pratiche come alternative, dando patenti di buono o cattivo senza alcun supporto scientificamente valido».

 

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