Borrelli, il magistrato che con Mani Pulite cambiò l’Italia 

di Antonietta Ferrante
“Resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave”. È raccolto in una frase il temperamento umano e professionale di Francesco Saverio Borrelli che si è spento oggi a Milano, dopo una malattia, all’età di 89 anni. Era il 2002, pochi mesi prima della pensione, quando il ‘capo delle toghe rosse’, così lo chiamavano i detrattori, è intervenuto come procuratore generale di Milano dopo aver guidato il pool di Mani pulite che ha segnato la storia d’Italia. Una difesa a spada tratta dell’indipendenza dei magistrati fatta in anni in cui il rapporto con la politica era piuttosto teso. Un appello lanciato in una città non certo ritenuta la capitale morale del Paese.  

Nato a Napoli il 12 aprile 1930, figlio e nipote di magistrati, Borrelli si è laureato in giurisprudenza a Firenze con una tesi dal titolo ‘Sentimento e sentenza’, relatore il professore Piero Calamandrei. Nel luglio 1955 è entrato in magistratura e ha legato la sua carriera a Milano dove, salvo un anno a Bergamo, ha svolto ogni tipo di funzione: pretore, giudice fallimentare e poi civile, pubblico ministero, procuratore capo dal 1988 fino alla nomina di procuratore generale nel 1999. Il padre, Manlio, è stato il primo presidente della Corte d’appello di Milano, ma Borrelli non ha occupato mai quella poltrona. Sposato con Maria Laura e padre di due figli, Andrea è giudice civile a Milano.  

Il primo processo importante per Borrelli è stato quello sull’omicidio di Luigi Calabresi, ma il suo nome è inevitabilmente legato alla stagione di Tangentopoli: è il regista del pool formato da Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Gerardo D’ambrosio. Una squadra arricchita da Ilda Boccassini, Tiziana Parenti, Paolo Ielo, Armando Spataro e Francesco Greco, attuale capo della procura milanese. La storia professionale di Borrelli coincide in buona parte con la storia giudiziaria d’Italia e segna la politica del Paese: dalla figura di Bettino Craxi alla caduta della Prima Repubblica.  

Tra le dichiarazione celebri dell’ex magistrato c’è quella rilasciata il 20 dicembre 1993, prima delle elezioni che avrebbero portato Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Suona come un messaggio ai partiti: “Chi sa di avere scheletri nell’armadio, vergogne del passato, apra l’armadio e si tiri da parte. Tiratevi da parte prima che arriviamo noi”.  

A un mese dal voto viene arrestato Paolo Berlusconi; a pochi giorni dal responso delle urne vengono eseguiti alcuni ordini di custodia cautelare, tra i destinatari c’è Marcello Dell’Utri. Nel novembre 1994 dalla procura di Milano parte l’avviso di garanzia a mezzo stampa per il premier Berlusconi che presiede il G7 a Napoli.  

La storia di Borrelli è quella di chi è sempre rimasto in prima linea a difendere i suoi uomini: resta in trincea fino alla pensione nel 2002, raggiunta per limiti d’età, quando l’aria che si respira nel Paese è profondamente cambiata e per chi veste la toga sono pochi gli applausi. A differenza di altri magistrati non ha mai accettato candidature politiche. Nel suo curriculum, fuori dal Palazzo di giustizia, c’è l’incarico come capo dell’ufficio indagini della Figc, affidatogli nel 2006, dopo uno scandalo nel mondo del calcio, e il ruolo di presidente del Conservatorio di Milano, ricoperto per tre anni a partire dal 2007.  

Amante della musica – era diplomato da privatista in pianoforte – con la moglie era un habitué della Prima alla Scala e non è un caso che la sua biografia si intitoli ‘Borrelli: direttore d’orchestra’. Tra le sue passioni anche la montagna. In una vecchia intervista, Francesco Saverio Borrelli diceva di sé: “Sono un mediocre pianista, un pessimo cavaliere, un pessimo alpinista, un dilettante di professione, ma mi piacciono tante cose che non faccio in tempo ad essere professionista in tutto”.  

(Fonte: Adnkronos)

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