Brexit, il prof che lavora a Londra: «Alla fine l’accordo ci sarà»

Giulio Pugliese (PhD Cambridge), Lecturer in Studi di Guerra del King’s College London: «E' vista da molti italiani come una spada di Damocle perché non tutti sono sicuri di rimanere o di poter venire a lavorare qui»

Brexit

L’uscita dell’Uk dall’Unione Europea si avvicina. In attesa dei prossimi passaggi ufficiali, iniziando della decisione del Parlamento britannico, Momento Italia ha contatto Giulio Pugliese (PhD Cambridge), Lecturer in Studi di Guerra del King’s College London per capire le conseguenze della Brexit sul mondo del lavoro.

Gli italiani che vivono in Uk cosa pensano e cosa sperano?
«Siamo tantissimi. Alcuni dicono che gli italiani in Uk siano 700 mila. Ma solamente la metà sono registrati. La stragrande maggioranza si trova a Londra. La Brexit è vista da molti come una spada di Damocle perché non tutti sono sicuri di rimanere o di poter venire a lavorare qui. Il governo inglese e e le controparti europee erano consapevoli della bomba ad orologeria che avrebbe riguardato lo status dei residenti Ue e Uk dentro e fuori dalla Gran Bretagna. Per disinnescare questa bomba hanno staccato dai negoziati lo status dei diritti dei residenti europei. E hanno detto che con un accordo sulla Brexit tutti i cittadini Ue che vengono in Uk entro il 2020 hanno diritto a fare domanda per una eventuale residenza. A noi che siamo già in Uk ci va anche bene la Brexit, purché non sia la hard Brexit, quella senza accordo».       

Come andrà a finire? Deal o no deal?
«Secondo me alla fine l’accordo ci sarà perché il Parlamento britannico, a settembre, dopo che Jonshon ha spinto per la prorogation, ha cercato di neutralizzare gli aneliti della Brexit dura facendo una legge che appunto obbliga il governo a chiedere un’estensione alla scadenza del 31 ottobre fino a quando non si voti un accordo».   

Giulio Pugliese del King’s College London

In futuro sarà più difficile lavorare in Uk per un italiano?
«Sì, ma questo futuro con la “Brexit con l’accordo” è successivo al dicembre del 2020. E riguarderà soprattutto personale che non è di primaria importanza per l’economia britannica. Infatti, hanno anche pensato a un sistema a punti sulla base delle skills, delle competenze della persone che entreranno in Uk. E poi comunque ci sono dei settori, strategici o meno, che avranno comunque bisogno di manovalanza straniera». 

Per esempio?
«Mi riferisco per esempio agli infermieri, se c’è penuria di personale gli ospedali possono far lavorare persone che vengono da fuori. Lo stesso discorso può valere per le badanti o altri lavori». 

Quindi il ragazzo che parte zaino in spalla per lavorare in un pub londinese non si vedrà più?
«Sarà difficile. Perché i datori di lavoro dovranno dimostrare che non potevano dare il lavoro a un cittadino britannico. Dovranno dimostrare che il giovane italiano è bravissimo a fare cocktail, che è specializzato come barman. Insomma, dimostrare delle competenze, un valore aggiunto. C’è da dire che nei servizi di ristorazione c’è molta offerta in Gran Bretagna. Di contro il governo Johnson ha riformato le politiche sull’immigrazione specificatamente per chi ha un diploma di studi britannico (dalla laurea ai master), che permette di rimanere 2 anni a cercare lavoro. Perché il secondo bene esportato dall’Uk, dopo i servizi finanziari, è l’educazione terziaria, cioè le università e i corsi post laurea».