Cambiamenti climatici, Valentini: «Non c’è tempo, servono interventi rapidi»

Membro del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici che nel 2007 è stato insignito del premio Nobel, Riccardo Valentini racconta a Momento Italia la situazione attuale e i cambiamenti di cui ci sarebbe bisogno: dalla carbon tax alla mobilità elettrica agli incentivi per chi differenzia i rifiuti

cambiamenti climatici

Il campanello d’allarme è squillato forte e chiaro: se non arginiamo emissioni e livello di inquinamento, la Terra che noi tutti conosciamo è in grosso pericolo. Riccardo Valentini, membro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change e premio Nobel per la Pace nel 2007, conosce bene questa problematica. Professore ordinario presso l’Università degli Studi della Tuscia, dipartimento di Scienze dell’Ambiente Forestale e delle sue Risorse, di cui dal 2002 è diventato direttore, insieme a un pool di scienziati del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), nel 2007 è stato insignito del premio istituito da Alfred Nobel per le ricerche relative ai cambiamenti climatici.

Nella battaglia al cambiamento climatico l’Italia che ruolo ha?
«Dal punto di vista del negoziato sull’accordo di Parigi, l’Italia partecipa in quanto Paese Ue alle discussioni in sede UN. In genere le decisioni sono prese all’interno del Consiglio europeo, dove si cerca un accordo tra i Paesi membri, così che ci sia una sola voce dell’Europa nei tavoli negoziali. E’ un processo lungo e chiaramente complicato considerando l’Europa a 28 membri, ma necessario al fine di avere una singola voce autorevole nel mondo. L’obiettivo dell’Europa complessivo è la riduzione del 40 per cento delle emissioni entro il 2030 a partire dall’anno di riferimento 1990. In particolare le riduzioni sono del 30 per cento rispetto al 2005 nel caso dei settori trasporti, agricoltura, edifici e rifiuti che comunque rappresentano il 60 per cento di tutte le emissioni. Questi obiettivi complessivi sono poi redistribuiti tra i Paesi, sulla base di diversi parametri tra cui il Pil. L’Italia dovrà ridurre per questi settori il 33 per cento rispetto al 2005. Dal punto di vista della politica nazionale non sembra che l’Italia abbia messo in campo degli strumenti speciali per il raggiungimento di questi obiettivi, probabilmente le priorità del governo sono altre. Tuttavia va rilevato che l’Italia ha candidato Milano come sede della COP26, ovvero la COP che darà l’inizio (si spera) all’implementazione dell’accordo di Parigi. Una scelta importante per il Paese, vedremo se sarà accettata».

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Riccardo Valentini

Cosa può fare ognuno di noi per contribuire?
«Il problema delle emissioni di gas serra non è solo energetico, ma coinvolge i nostri stili di vita quotidiani, dalla mobilità a quello che mettiamo nel piatto quando mangiamo. Le scelte dei consumatori possono cambiare radicalmente i modelli economici della società. Purtroppo non c’è questa consapevolezza che i cittadini hanno più potere di quello che si pensi al punto da modificare le logiche del mercato, della produzione di energia e quindi anche dell’uso delle risorse».

Secondo lei quali sono le proposte giuste da attuare?
«L’approccio deve essere complessivo e partire dal governo che deve mettere in campo strumenti nuovi. Ad esempio una carbon tax (anche se oggi le tasse sono impopolari) è necessaria per dare più spazio e ridurre i costi delle produzioni sostenibili, aprendo il mercato a nuovi prodotti e modelli. Ad esempio la mobilità elettrica deve essere incentivata a tutti i livelli, anche dai governi locali. Come anche meccanismi di incentivazioni: ad esempio far pagare meno tasse dei rifiuti a chi differenzia. Oggi abbiamo le tecnologie per monitorare puntualmente i comportamenti e premiarli».

Come fare per salvare il nostro pianeta e dare speranza alle generazioni future?
«La trasformazione di una società in un nuovo modello di sostenibilità non è impresa facile. C’è chi sostiene che dobbiamo farlo in modo graduale. Per me, invece, non c’è più tempo ed abbiamo bisogno di cambiamenti rapidi. I giovani oggi sono una speranza perché hanno capito che il loro futuro è in pericolo e allo stesso tempo sono più veloci e aperti ad accettare il cambiamento, al contrario delle generazioni degli anni 60 che hanno determinato i problemi di oggi. Ma non basta una pacca sulle spalle o un generico apprezzamento del loro impegno (vedi Fridays for the future), devono ricevere più potere e ruolo di governo nella società, nelle istituzioni e nei luoghi di lavoro, per cambiare le cose».

Il nostro pianeta è oramai compromesso o non tutto è perduto?
«Sicuramente sarà un pianeta diverso, nella migliore delle ipotesi, ma esiste anche una probabilità significativamente diversa da zero che la nostra vita futura possa essere in pericolo».