Canne, mulinelli, ami e piombi: il mercato della pesca sportiva, un successo italiano

Andare a pesca è un divertimento che mette in moto una solida e ramificata industria, crea occupazione e aiuta anche lo sviluppo di altri comparti, come nautica e turismo. E il nostro Paese è ai vertici produttivi e commerciali per le attrezzature, come dimostrano i dati della Fipo

pesca sportiva

Italiani popolo appassionato di calcio? Senza dubbio, ma anche appassionato di… pesca sportiva! Lo dicono le ricerche demoscopiche (sono circa 2 milioni i pescatori marini, circa 1 milione quelli delle acque dolci: fonte Nielsen), insieme ai dati del settore industriale della pesca ricreativa rappresentato dalla Fipo, la Federazione italiana produttori operatori pesca sportiva che associa circa 80 aziende del settore.

Parliamo di un comparto sicuramente di nicchia ma con una solida tradizione e interconnesso con altri settori economici come nautica e turismo, ai quali la pesca sportiva offre ulteriori “clienti” che, spinti dalla passione alieutica, possono acquistare un natante per raggiungere uno spot particolarmente promettente, oppure effettuare un costoso viaggio verso mete esotiche per appagare il desiderio di una cattura record. Da queste premesse si intuisce quali possano essere le ricadute economico-occupazionali ed i benefici per l’erario generati dalle aziende che producono o commercializzano attrezzature per la pesca.

Per conoscere da vicino questo comparto abbiamo intervistato Ciro Esposito, presidente della Fipo, nonché imprenditore del settore.

pesca sportiva
Il presidente Fipo, Ciro Esposito

Presidente Esposito, iniziamo tracciando un identikit del pescatore sportivo di oggi.
«Non esiste un solo tipo di pescatore, ma tante diverse figure di pescatori quante sono le tecniche che esercitano. L’evoluzione del mercato e il progresso tecnologico hanno, infatti, portato il classico appassionato polivalente degli anni Sessanta e Settanta a specializzarsi in un singolo ambiente acquatico, ad esempio il fiume o le spiagge marine. Questo ha poi condizionato la scelta delle attrezzature: sono nate canne solo per il torrente o per la pesca in mare dalla barca, sono stati migliorati i tradizionali sistemi di pesca con l’impiego di nuovi materiali, sono state importate tecniche dall’estero, diffusesi poi con successo e rese più efficaci grazie all’abilità dei pescatori italiani e alla maestria delle nostre aziende. Oggi, stante la differenziazione in base alla tecnica prescelta, il pescatore sportivo italiano è un cliente mediamente esigente e attento alle problematiche ambientali molto più che in passato».

Può fare un esempio di qualche tecnica di pesca particolarmente redditizia in termini di mercato?
«Ritengo che due delle tecniche più redditizie per il numero dei praticanti e il mercato ad esse collegato siano quelle del carpfishing e del feeder, entrambe importate dalla Gran Bretagna. La prima viene praticata nei fiumi o nei laghi ed è rivolta, come dice il nome, alla cattura delle carpe, che vengono poi rilasciate. Non è quindi esercitata a scopo alimentare, ma per pura passione; quella che guida i carpisti, magari nel pieno di un gelido inverno, a trascorrere intere nottate accampati in una tenda, in attesa della magica abboccata. Il feeder era invece sbarcato in Italia intorno alla metà degli anni Ottanta, salvo poi conoscere un declino a cui è seguito, all’incirca negli ultimi cinque anni, una nuova popolarità sostenuta dal mondo delle gare di pesca».

Può descrivere il mercato della pesca in Italia ed il ruolo della Fipo?
«Il mercato della pesca sportiva è ampio e variegato: spazia dalle attrezzature all’abbigliamento, passando per l’acquisto di esche, vive o artificiali, e per i servizi di ristorazione e pernottamento. La Fipo rappresenta le imprese che fabbricano e distribuiscono specificamente attrezzature per la pesca ricreativa come canne, mulinelli, fili ed ami. Le nostre aziende generano un volume di affari stimato in circa 250 milioni di euro l’anno, la manodopera ammonta a circa 15.000 unità e circa 1.300 sono i negozi al dettaglio su tutto il territorio nazionale associati alla Fipo. I prodotti Made in Italy sono riconosciuti ed apprezzati a livello internazionale per la loro qualità e innovatività, anche se la concorrenza estera, Cina in testa, si fa sentire. Ma la capacità delle Pmi della pesca italiana nel sapersi adattare alle esigenze dell’utente finale, unita all’intelligenza nel saper intuire come migliorare uno specifico prodotto, ha consentito al nostro segmento industriale di essere vitale nonostante la crisi economica e di avere buone prospettive di crescita».

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

1 × 4 =