Cantieri infiniti, per un’opera da 100 milioni l’iter burocratico è di 15 anni

Le lungaggini italiane fanno sì che chi ha soldi da investire preferisca comprare più che tentare di dare il via a nuovi progetti

cantieri

La maggior parte dei paesi della Ue (Polonia e stati baltici in prima fila) stanno già programmando gli investimenti dei fondi europei ad essi spettanti per il periodo 2021-2027, mentre l’Italia ha fino a questo momento speso solo il 10 per cento dei fondi a disposizione per i sei anni che vanno dal 2014 al 2020. La spiegazione del perché i cantieri siano fermi e la disoccupazione in aumento sta tutta in questa realtà. Il governo ha varato nei giorni scorsi il “decreto sblocccantieri” , ma ”salvo intese”, il che significa che le due principali forze politiche che lo compongono non sono ancora d’accordo sui cantieri da risvegliare. La Lega sostiene le priorità del Nord, dove sono fermi circa 600 cantieri fra cui la Gronda di Genova e le rotaie per l’alta velocità fra Brescia e Padova, mentre il Movimento 5 Stelle vorrebbe ridare movimento ai tanti piccoli cantieri al Sud, dove ha raccolto una consistente massa di voti.  

Tra lungaggini e controversie
Quasi certamente i due attori dell’ennesima contesa troveranno un accomodamento, come avvenuto in altre circostanze, ma non basterà senza interventi importanti e risolutivi sul soffocante apparato burocratico che in Italia immobilizza qualsiasi piccola o grande iniziativa imprenditoriale. L’Ance (associazione nazionale costruttori edili) ha denunciato che negli ultimi dieci anni hanno dichiarato fallimento in Italia 120 mila imprese, con migliaia di addetti in mezzo a una strada. Il problema non è dovuto tanto alla mancanza di commesse (i lavori ci sono e sono pure finanziati) quanto alla lentezza esasperante delle autorizzazioni. La stessa Ance ha calcolato che per un’opera pubblica con un investimento di 100 milioni non si sarà in grado di aprire i cantieri prima di almeno 15 anni necessari per completare l’iter burocratico imposto da leggi e leggine nel nostro Paese. E’ quello che i costruttori edili chiamano “tempi di attraversamento” cioè il viaggio della pratica dal Cipe alla vidimazione della Corte dei Conti, passando per decine di pareri obbligatori fino al Codice degli Appalti, spesso ostacolo insuperabile anche per gli onesti. E quando il Codice appone il suo nullaosta e si assegna la gara di appalto, immediato il ricorso al Tar di chi è arrivato secondo. Nelle more, i funzionari si rifiutano di firmare atti regolari e legittimi, perché un esito diverso della controversia li esporrebbe all’abuso di ufficio e al danno erariale, da saldare in proprio. Il ruolo dell’Anac (autorità nazionale anti – corruzione) è stato determinante nel complicare le cose, nonostante le buone intenzioni. Moltiplicando i suoi paletti cosiddetti di verifica, da ente controllore si è trasformato in ente regolatore, provocando una massa abnorme di controversie che sono andate a soffocare la magistratura civile.

Investimenti stranieri
E’ questo il panorama che la delegazione cinese venuta in Italia per firmare un importante memorandum di investimenti si è trovato davanti. Una volta esclusi eventuali interventi di capitali cinesi nel sistema delle comunicazioni sensibili, il famoso G5, per l’Italia è stata un’opportunità preziosa il fatto che il gigante asiatico abbia deciso di investire in un Paese così complicato per l’imprenditoria straniera. Negli anni del nostro miracolo economico quando i Valletta, Mattei, Ferrari, Pirelli, Borghi e tanti altri resero l’Italia una potenza industriale ammirata in tutto il mondo, fare impresa era più facile, non si era frenati dal labirinto di lacci e lacciuoli burocratici che oggi scoraggia ogni investitore. Il memorandum con la Cina è interessante, perché potrebbe fare da apripista per i tanti capitali esteri che sono frenati dalla scoraggiante burocrazia di casa nostra. Ma dobbiamo fare anche noi la nostra parte e velocemente. Per invertire una tendenza consolidata: chi ha capitali da immettere sul mercato interno da tempo preferisce fare shopping in azioni di grandi marchi italiani piuttosto che impegnare le risorse in imprese che non si sa mai quando potrebbero partire. Anche così l’Italia è diventata meno italiana.

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