Caporalato, un giro d’affari da 4,8 miliardi e condizioni «al limite dello sfruttamento para-schiavistico»

La denuncia dall'osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil

Sfruttamento lavoro agricoltura

E’ l’immigrazione uno dei temi su cui si è giocato il risultato delle ultime elezioni politiche in Italia, ed è sempre l’immigrazione l’argomento che da settimane tiene banco sui giornali e anima il dibattito pubblico. Nonostante questo, di caporalato e sfruttamento nei campi, aspetti direttamente collegati ai fenomeni migratori, si parla poco o niente. Eppure i numeri non sono affatto trascurabili.

Agricoltura e lavoro nei campi
Secondo il rapporto “Agromafie e Caporalato”, redatto per il quarto anno dall’osservatorio Placido Rizzotto della Flai Cgil, i migranti si confermano una risorsa fondamentale per la nostra agricoltura: i dati dell’Inps dicono che nel 2017 sono stati registrati con contratto regolare in 286.940, il 28 per cento del totale dei lavoratori agricoli impiegati nei nostri campi. Di questi  151.706 sono cittadini comunitari (il 53 per cento) e 135.234 provengono da paesi non UE (47 per cento).

A questi dati vanno aggiunte le stime sul lavoro sommerso: secondo il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria) i lavoratori stranieri in agricoltura (tra regolari e irregolari) sarebbero 405.000, di cui il 16,5 per cento ha un rapporto di lavoro informale (67.000 unità) e il 38,7 per cento  ha una retribuzione non sindacale (157.000 unità).

Il tasso di irregolarità dei rapporti di lavoro in agricoltura è pari al 39 per cento e sono più di 300.000 gli agricoli che lavorano per meno di 50 giornate l’anno, un enorme bacino in cui «è presumibile che ci sia molto lavoro irregolare», sottolinea l’Osservatorio.

Il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura è pari a 4,8 miliardi di euro. Mentre 1,8 miliardi sono di evasione contributiva.

Ma a quali condizioni lavorano queste persone?
L’osservatorio Placido Rizzotto ha esaminato sette casi di studio, storie di lavoro sfruttato nei territori di sette regioni: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania, Puglia, Basilicata e Sicilia. Quello che viene fuori è una fotografia «al limite dello sfruttamento para-schiavistico»: nessuna tutela e nessun diritto garantito dai contratti e dalla legge; una paga media tra i 20 e i 30 euro al giorno; lavoro a cottimo per un compenso di 3/4 euro per un cassone da 375Kg; un salario inferiore di circa il 50 per cento di quanto previsto dai contratti nazionali. Per di più chi sta sotto caporale deve pagare il trasporto a seconda della distanza (mediamente 5 euro), i beni di prima necessità (mediamente 1,5 euro l’acqua, 3 euro il panino, etc.) L’orario medio va da 8 a 12 ore al giorno. Le donne percepiscono un salario inferiore del 20 per cento rispetto ai loro colleghi. Nei gravi casi di sfruttamento analizzati, alcuni lavoratori migranti percepivano addirittura un salario di 1 euro l’ora.

Sfruttamento silenzioso
Storie di illegalità che passano silenziosamente dai campi alle nostre tavole e tornano visibili solo quando si verifica una tragedia, come quando un bracciante muore di caldo, di fatica o investito mentre torna dal lavoro camminando su strade poco illuminate. Persone che, spesso, scappano da guerre e miserie per finire a morire sui nostri campi. Si torna a parlare di caporalato quando succede un fatto eclatante, come nel caso di “Macchia nera”, l’ultima operazione condotta dalla Guardia di Fiananza di Mola di Bari che ha portato all’arresto di tre persone e al sequestro di beni per oltre un milione di euro. L’accusa per gli arrestati è di appartenere a “un consolidato sodalizio criminale dedito al reclutamento ed allo sfruttamento di braccianti agricoli”.

L’osservatorio Placido Rizzotto stima che siano circa 30.000 le aziende agricole che ingaggiano lavoratori in modo irregolare su tutto il territorio nazionale.

Attività ispettiva e controlli

Il fenomeno resta diffuso e senza zone franche ma da un paio d’anni qualcosa si muove o quanto meno c’è un’arma in più per contrastare questa situazione: la legge 199 del 2016 che introduce la responsabilità penale per l’impresa oltre che per il caporale, e la confisca dei beni.

E’ forse anche per l’effetto di questo provvedimento che le segnalazioni fatte dall’ispettorato del lavoro sono passate  dalle 9 del 2016 alle 94 nel 2017 con 387 vittime di caporalato censite. Le aziende sottoposte a controllo sono state 7265 e più del 50 per cento di quelle ispezionate hanno presentato irregolarità, 71  le persone tratte in arresto per il reato di sfruttamento lavorativo e caporalato.

 

 

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