Caporalato, la ricetta del ministro Di Maio per contrastare il fenomeno

Repressione, prevenzione e buon funzionamento dei centri per l'impiego, tra le principali misure che il vicepremier vuole da mettere in atto per contrastare questa piaga

caporalato

Un piano triennale di prevenzione e repressione per combattere il caporalato, potenziando i centri per l’impiego e creando i presupposti per il rilancio del trasporto locale. Sono queste alcune delle misure illustrate dal ministro dello Sviluppo e del Lavoro, Luigi Di Maio durante il vertice contro il caporalato, svoltosi a Foggia. «È finita l’epoca dei numeri in cui le ispezioni servivano solo a riempire tabelle. Bisogna lavorare a un cronoprogramma con piani triennali di contrasto al caporalato che veda una repressione ma anche una prevenzione e con verifiche che lasceranno in pace gli imprenditori onesti». Di Maio ha annunciato a breve la nomina del nuovo direttore dell’Ispettorato del lavoro e spiegato che se i centri per l’impiego funzionassero a dovere sarebbero l’argine ideale per contrastare il caporalato, ricordando come questa piaga non coinvolga soltanto il sud, ma tutte le regioni italiane: «Non possiamo localizzare un fenomeno illegale in una area del Paese e pensare che risolto lì la questione abbiamo risolto il problema. Chi lo pensa è un disonesto». Inoltre il ministro ha precisato che ci sarà da lavorare anche sulla politica dei prezzi dell’agricoltura, perché quelli attuali non sono competitivi sul mercato.

Sette milioni per contrastare il caporalato
Al vertice è intervenuto anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, che ha applaudito la scelta di Foggia come sede della riunione contro il caporalato ricordando come il comune pugliese sia uno dei luoghi con maggiore esperienza nella lotta a questo fenomeno. «La Regione Puglia – ha ricordato Emiliano – è capofila dei progetti più importanti in questo campo, coordinando molte altre regioni, in particolare quelle del Sud: abbiamo dato vita al progetto delle foresterie per i lavoratori in agricoltura, che servono sia italiani e sia coloro che vengono da altri Paesi». Inoltre, si è detto positivo sulla riorganizzazione del trasporto come misura di prevenzione contro il caporalato: «Per le aziende agricole pugliesi scegliere di organizzare autonomamente il trasporto del personale potrebbe corrispondere a una mancanza nei confronti delle organizzazioni criminali che gestiscono il caporalato. Significa – ha proseguito – che, probabilmente, chi si avventura su questa strada rischia di non trovare poi nessuno che vada a lavorare nei suoi campi e nelle sue aziende. Quindi bisogna assistere le imprese che si comportano bene e colpire quelle che si comportano male e per far questo ci vogliono soldi». E a questo proposito ha ricordato come la Regione abbia investito quasi 7 milioni di euro per la strutturazione delle foresterie e i fondi a disposizione del trasporto.

Un’evasione che supera il miliardo
Oltre alla Puglia anche la Basilicata ha avviato importanti procedure per contrastare il fenomeno del caporalato organizzando un sistema di accoglienza dei migranti e collaborando con gli enti istituzionali preposti per favorire l’occupazione legale e impedire ai caporali di reperire forza lavoro. Inoltre nei centri per l’impiego della zona bradanica e dell’area metapontina sono state istituite liste di prenotazione per le assunzioni nelle aziende agricole. Per quanto riguarda i trasporti, invece, dal 2017 è stata attivata la sperimentazione di un servizio navetta a chiamata di cui hanno usufruito 400 persone.

Anche l’assessore al Lavoro e Nuovi Diritti della Regione Lazio, Claudio Di Berardino, ha commentato in una nota il vertice di Foggia ricordando come quella del caporalato sia una piaga che coinvolge oltre 400 mila lavoratori, generando un’evasione stimata intorno a 1,8 miliardi di euro.

È necessario creare un percorso di qualità dal campo allo scaffale, ha spiegato Roberto Moncalvo, presidente di Coldiretti, che ha ricordato come in Italia il lavoro di 345 mila stranieri con occupazione regolare, rappresenti un quarto del totale del lavoro necessario nelle campagne italiane. Secondo Moncalvo, la repressione da sola non basta a combattere il fenomeno, ma «occorre affiancare le norme sul caporalato all’approvazione delle proposte di riforma dei reati alimentari. A pesare sono le pratiche commerciali sleali, dagli acquisti sottocosto alle aste capestro al doppio ribasso che strozzano a cascata industriali e agricoltori e la componente più debole dei lavoratori agricoli».

Annunci

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

3 + sette =