Carburanti, fuga dei grandi marchi: 4000 pompe chiuse

Tra il 2010 e 2017 i punti vendita colorati, cioè convenzionati con un marchio, sono passati da 21.000 a 16.667, con una riduzione del 21 per cento

carburanti

«L’uscita progressiva dal mercato italiano dei grandi colossi petroliferi ha messo in crisi la rete italiana di  distribuzione carburanti». A lanciare l’allarme è Martino Landi, presidente di Faib Confesercenti, la più grande associazione italiana di gestori carburanti, in occasione dell’assemblea organizzativa dell’associazione. Negli ultimi 7 anni, spiega Landi, «hanno chiuso circa quattromila pompe colorate. E altri 10 mila, quasi la metà della rete, sono già senza contratto o precari, a causa della sistematica violazione delle leggi sull’affidamento degli impianti da parte di chi eredita le reti dei grandi marchi. Una situazione che ha dato vita ad una contrattazione tanto di fantasia quanto illegale, fino al caporalato petrolifero, come dimostra la sentenza contro Petrolifera Adriatica. Bisogna intervenire per riportare ordine nel settore: è a rischio il lavoro di oltre 10 mila operatori».

I numeri della crisi
In occasione dell’assemblea, la Faib ha presentato il Rapporto 2018, che fotografa lo stato della rete di distribuzione carburanti in Italia. E che conferma il processo di disgregazione che ha subito il settore. A partire dalla fuga dei colossi. Tra il 2010 e 2017 i punti vendita colorati, cioè convenzionati con un marchio, sono passati da 21 mila a 16.667, con una riduzione del 21 per cento; sono diminuiti in modo più drastico gli operatori indipendenti che espongono marchi delle compagnie petrolifere (-31 per cento in dieci anni) ma anche gli impianti delle compagnie petrolifere stesse (-17 per cento sempre in dieci anni). Si allarga, invece, la zona grigia delle pompe bianche: dal 2010 l’aumento è del 138 per cento, e da 1.780 unità arrivano a oltre 4 mila. Il 41 per cento dei punti vendita sono stazioni di servizio e anche se in valore assoluto si sono ridotte, il loro peso non è cambiato. A cornice di questo quadro cresce anche l’allarme illegalità su tutta la rete, che ormai investe tutti i passaggi nodali della filiera. Dall’arrivo sulla rete di distribuzione di prodotti di provenienza opaca, fatta di triangolazioni nell’area mediterranea e dei Balcani, con conseguente elusione degli obblighi fiscali in evasione di accise ed iva, all’immissione di prodotti carburanti di qualità scadente, fino alla sistematizzazione dell’abuso del riscaldamento del prodotto soggetto a cali fisiologici, i cui costi vengono ribaltati sulla distribuzione finale. Inoltre, cresce la pressione della criminalità, che trova sulla rete carburanti crescenti motivi di attrazione dovuti alla massa monetaria circolante. «Il caos della rete – insiste Landi – non può essere ignorato. Il Governo, dopo un primo intervento rapido e positivo sulla fatturazione elettronica, non ha più rivolto la sua attenzione al settore. E’ urgente cambiare direzione. Bisogna eliminare disparità e abusi prevedendo un costo di distribuzione o margine medio di settore. E chiaramente non si può pretendere legalità quando si pratica con regolarità la violazione normativa in materia di affidamento degli impianti. La legalità non è una margherita da sfogliare».

Cosa si può fare
Per Landi, «occorre anche smettere di oberare una categoria ultra-controllata di oneri e pesi amministrativi, come la fattura elettronica, che nulla aggiungono alla lotta all’evasione. Piuttosto andrebbero rafforzate le misure di sorveglianza in fase di ingresso dei prodotti petroliferi nel paese. La nostra proposta rimane quella di rendere coerente con i margini del settore i costi delle transazioni elettroniche accollando a ciascuno, Stato, compagnie e gestori, in quota parte, il costo dei pagamenti elettronici che presumibilmente aumenteranno con l’introduzione della fattura elettronica e con la maggiore propensione dei consumatori ad utilizzare strumenti innovativi di pagamento». Per il rilancio della rete, continua Landi, «è auspicabile che i propositi di taglio alle accise manifestati dal Governo si realizzino in breve. Ma occorre anche rilanciare il Fondo indennizzi e il Fondo a sostegno dei gestori espulsi dal settore, strumento imprescindibile di governo del comparto. Occorre inoltre aprire le porte anche alla rimodulazione commerciale dell’offerta carburanti- per il duplice effetto concorrenziale e ambientale – puntando esclusivamente sui prodotti premium di benzina e gasolio e liberando così slot meno inquinanti, come gpl, metano ed energia elettrica: i gestori devono trasformarsi in operatori dell’energia. Solo così le fonti energetiche alternative prenderanno quota nella mobilità italiana».

(fonte: Labitalia/Adnkronos)

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