Carcere, l’occupazione non decolla. I detenuti lavoratori sono meno di un quarto

Soltanto 1 detenuto su 3 ha un lavoro e il più delle volte si tratta di attività alle dipendenze dell’Autorità penitenziaria. Esistono tuttavia anche delle iniziative da valorizzare e preservare: dal call center del Bambino Gesù alle cravatte Marinella

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Secondo i dati del 14° rapporto dell’associazione Antigone, analizzando la serie storica del ministero della Giustizia, si può notare come dal 1991 al 2017 il numero dei detenuti lavoratori sia passato da 10.902 a 18.404. Tuttavia, è opportuno ricordare come, la maggior parte di questi siano alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria: secondo i dati dell’associazione, relativi ai primi sei mesi del 2018, la media di chi lavora in carcere è pari al 33,4 per cento, mentre la percentuale di chi svolge un’attività per un’impresa privata è del 3 per cento.

Soluzioni per invertire la tendenza
In sostanza i detenuti lavoratori sono meno di un quarto: «un numero basso – spiega Patrizio Gonnella, presidente di Antigone – fra il 25 e il 30 per cento, cambia di poco da carcere a carcere, ma la grandissima parte di questi è impiegata in attività domestiche, fanno lavori per portare avanti la vita carceraria, dal portare il cibo a pulire per terra. Quindi lavori che poi sarà più difficile utilizzare fuori per cercare di emanciparsi da scelte di vita criminali. E soprattutto lavori che sono pagati poco». La bassa retribuzione è dovuta alla grande turnazione che fa sì che un detenuto si ritrovi a lavorare a volte solo un giorno a settimana e soltanto per un’ora.

Per invertire la tendenza il presidente Gonnella illustra a Momento Italia due possibili soluzioni. La prima riguarda il lavoro a domicilio, utilizzando la cella come se fosse una residenza temporanea e accettando lavori come ad esempio quello di digitalizzare gli archivi delle aziende che ne fanno richiesta. La seconda proposta riguarda la de-burocratizzazione, per permettere alle aziende che vogliono creare delle officine nelle carceri per far lavorare i detenuti, di non essere frenate dai tempi burocratici.

Infine è bene non dimenticare anche l’altro lato della medaglia, ossia chi lavora nell’amministrazione carceraria. In questo caso spiega Gonnella, servirebbero nuove assunzioni soprattutto per quanto riguarda i direttori: «Ci sono direttori che lavorano su 3, 4 carceri. È assolutamente necessario cambiare, investire e assumere subito 100 nuovi direttori giovani. L’ultimo concorso è del 1994».

Casi di eccellenza
Tuttavia, non mancano le eccezioni, con alcuni esempi virtuosi da valorizzare. Come ad esempio il call center, presso l’istituto penitenziario romano di Rebibbia, per le prenotazioni delle visite all’Ospedale Bambino Gesù: «Nessun utente – spiega Gonnella  – si è mai accorto che chi risponde è un detenuto. Lo fanno con grandissima professionalità e quel tipo di lavoro funziona».

Attivo dal 2011, il call center gestisce circa il 30 per cento delle richieste mensili che arrivano alla struttura ospedaliera. Inoltre, i detenuti scelti per il servizio sono selezionati in seguito a una serie di colloqui di idoneità e preparati dal personale dell’ospedale.

Un altro esempio riguarda il carcere di Pozzuoli, in provincia di Napoli, dove una serie di detenute è stata scelta per lavorare nel laboratorio sartoriale del carcere e dopo aver seguito un corso sotto la direttiva di Maurizio Marinella (proprietario dell’azienda E. Marinella), produrranno cravatte per la nota sartoria partenopea.

Oltre al mondo della moda, anche la cucina entra in carcere e lo fa letteralmente, col progetto del ristorante InGalera, nato nel 2015 all’interno del carcere di Bollate, a Milano, che recentemente ha ricevuto anche i complimenti di uno chef stellato come Carlo Cracco.

L’importanza della formazione
Infine, un’altra via per favorire il reinserimento dei detenuti nel mondo del lavoro, ricordando come l’art.27 della Costituzione prevede che la pena debba tendere alla rieducazione del condannato, è senza dubbio la formazione. Secondo il Garante dei detenuti, Mauro Palma «se vogliamo dare il reinserimento lavorativo dobbiamo pensare a formazione professionale certificata, a borse lavoro, a percorsi che dopo diano lavoro effettivo. È necessario fare uscire le persone con un qualcosa in più che dia loro una piccola chance rispetto a quando sono entrate nel mondo detentivo».

 

 

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