Carcere, ogni anno 400 detenuti sani trasferiti nei centri di salute mentale

Durante il convegno della Società italiana di psichiatria, i medici hanno lanciato l'allarme su una «distorsione legislativa pericolosissima»

carcere

«Se permane l’attuale trend, ogni anno oltre 400 persone provenienti dal carcere verranno inserite nelle strutture psichiatriche senza averne alcuna indicazione. Tutto questo su circa 8 mila pazienti “veri”, che ottengono una misura di sicurezza non detentiva nei Dipartimenti di salute mentale (Dsm) o detentiva nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (Rems)». E’ l’allarme lanciato dalla Società italiana di psichiatria analizzando la situazione dal mese di aprile 2019 in occasione del convegno nazionale.

Gravi nodi irrisolti in tema di salute mentale nelle carceri
Detenuti mentalmente sanissimi, trasferiti in strutture di salute mentale a causa di «ordinanze giuridiche che pretendono di scaricare sulla sanità situazioni di disadattamento alla detenzione in carcere». Ordinanze «inaccettabili, che rischiano di compromettere i luoghi di cura della salute mentale che si trovano a dover gestire falsi pazienti sociopatici», sostengono gli psichiatri. Emblema di questa situazione sono i pazienti affetti dal “disturbo antisociale di personalità” «che, quando diviene il tratto prevalente del reo, non dovrebbe comportare alcuna applicazione del vizio di mente ed essere confuso con una malattia».

Giovani più a rischio
Inoltre, secondo studi recentissimi, vi è un maggiore aumento di persone con disturbo antisociale di personalità nella cosiddetta “generazione Z” (i nati dal 95 fino al 2012), che ha una maggiore predisposizione a sviluppare tali comportamenti, rispetto ai Millennial (i nati tra l’81 e il ’95) per il maggior isolamento relazionale e il più diffuso abuso di sostanze.

L’opinione degli esperti
«La distorsione della funzione terapeutica delle residenze psichiatriche da parte di una certa magistratura – dice Enrico Zanalda, presidente della Sip e direttore del Dipartimento di salute mentale dell’Asl Torino 3 – è supportata da ordinanze d’inserimento in strutture psichiatriche senza» opportuni accertamenti. «Siccome il detenuto sostiene di stare male in carcere, viene spedito in psichiatria. Ma lo scopo di queste decisioni è di spostare una persona scomoda dal contenitore carcerario a un altro, attribuendo alla psichiatria un ruolo cautelativo custodiale perso da tempo». «Sta insomma passando in modo insidioso – aggiunge Salvatore Varia, vicepresidente della Sip e direttore di Unità complessa di psichiatria nel Dipartimento di salute mentale dell’Azienda sanitaria provinciale di Palermo – l’idea che la psichiatria non debba solo curare, ma anche prevenire la reiterazione dei reati e gli psichiatri debbano trasformarsi in educatori degli autori di reato con disturbi psichici».

Inoltre, i “falsi infermi” sono più facilmente dichiarati da periti che non hanno mai lavorato nei servizi di salute mentale e, quindi, non sarebbero idonei a valutare queste situazioni, sostengono gli esperti.

Cosa fare, allora?
«Se da un lato dobbiamo incrementare i percorsi di cura per i pazienti autori di reato trattabili clinicamente, dall’altro bisogna riservare alle persone con prevalente sociopatia dei percorsi carcerari rieducativi, almeno sino a che non si decidano a collaborare. Credo – conclude Zanalda – sia dovere della comunità scientifica che rappresento, ribadire il ruolo medico-terapeutico della psichiatria e prendere le distanze rispetto alla tendenza di riattribuirci un ruolo custodialistico».

Ma come si sta nelle carceri italiane?
Da quindici anni l’associazione Antigone presenta un rapporto sulle condizione di detenzione nel nostro Paese. Quest’anno è emerso come il sovraffollamento del sistema penitenziario italiano sia ancora in crescita. Al 30 aprile 2019 erano 60.439 i detenuti, di cui 2.659 donne (il 4,4 per cento del totale). Le presenze in carcere sono cresciute di 800 unità rispetto al 31 dicembre 2018 e di quasi 3.000 rispetto all’inizio dello scorso anno. Ma soprattutto ci sono oggi ben 8.000 detenuti in più rispetto a tre anni e mezzo fa. Con questo trend nel giro di due anni si tornerà ai numeri della condanna europea. Il tasso di affollamento sfiora attualmente il 120 per cento e, dalla rilevazione effettuata dall’Osservatorio di Antigone durante il 2018 (85 carceri visitate), è risultato che nel 18,8 per cento dei casi vi sono celle dove non è rispettato il parametro dei 3 mq per detenuto, soglia considerata dalla Corte di Strasburgo minima e al di sotto della quale estremo è il rischio di trattamento inumano o degradante.

Suicidi e autolesionismo
Il 2018, evidenzia ancora il Rapporto di Antigone, è stato un anno nefasto per quanto riguarda inoltre i suicidi in carcere. Stando al dato raccolto da Ristretti Orizzonti sono stati 67 (il ministero ne conteggia sei in meno), un tasso di 11,4 suicidi ogni 10.000 detenuti. 31 i morti (per cause naturali o per suicidio) in carcere dall’inizio del 2019. In alcune carceri il numero dei suicidi è stato preoccupante. A Taranto (al momento il carcere più affollato d’Italia) sono stati quattro. Quattro persone sono morte anche nel carcere di Viterbo, tre suicide e uno assassinato. In carcere ci si uccide quasi 18 volte di più che in libertà.
Ad aumentare non sono stati tuttavia solo i suicidi, ma anche gli atti di autolesionismo che nel 2018 sono stati 10.368, quasi 1.000 in più dell’anno precedente e circa 3.500 in più del 2015, quando erano stati 6.986 e i tentati suicidi: 1.197 lo scorso anno, 1.132 due anni fa, 955 nel 2015. Numeri che segnalano un ridotto benessere penitenziario. Lo stesso ridotto benessere di cui parla anche il dato raccolto dall’osservatorio di Antigone secondo il quale il 28,7 per cento dei detenuti presenti in carcere assume terapia psichiatrica sotto prescrizione medica.

 

 

 

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