Celiachia: in Italia 200 mila malati. Ben due su tre sono donne

Silvia Migliaccio (Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione): «I casi sono in costante aumento ma senza una diagnosi è inutile eliminare il glutine dalla dieta»

celiaci

Aumentano i  casi di celiachia  in Italia: nel 2016 il numero totale delle nuove diagnosi è stato di 15.569, oltre 5.000 in più rispetto all’anno precedente, e risultano diagnosticati in Italia 198.427 celiaci (di cui 2/3 appartenenti alla popolazione femminile e 1/3 a quella maschile). Molti, però, sono gli italiani che non sanno di essere malati: si stima che siano circa 408.000, infatti, i celiaci non ancora diagnosticati. E’ il quadro tracciato nell’ultima Relazione annuale del ministero della Salute al Parlamento sulla celiachia, relativa al 2016. Le Regioni in cui si sono registrate maggiori nuove diagnosi sono la Lombardia con +5.499 diagnosi, seguita dal Lazio con +1.548 diagnosi e dall’Emilia Romagna con +1.217.

La celiachia è una condizione infiammatoria permanente in cui il soggetto che risulta affetto deve escludere rigorosamente il glutine dalla dieta. Questa patologia, ormai classificata come malattia cronica, si sviluppa in soggetti geneticamente predisposti e colpisce circa l’1 per cento della popolazione. Ad oggi la Regione abitata da più celiaci risulta la Lombardia con 37.907 celiaci residenti, seguita dal Lazio con 19.325 e Campania con 18.720.

Patologia da scoprire
Secondo l’Associazione italiana celiachia (Aic), pur essendo una malattia cronica è ancora in gran parte da scoprire: migliaia gli italiani celiaci che non sanno di esserlo. Ma come è possibile? Il perché ce lo spiega la professoressa Silvia Migliaccio, specialista in Scienza della Nutrizione e in Endocrinologia e Malattie Metaboliche, segretario generale della Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione: «In alcuni soggetti celiaci possono mancare i sintomi gastrointestinali tipici della malattia (gonfiore addominale, digestione laboriosa). Ci sono, però, dei campanelli d’allarme: anemia non giustificata da alimentazione alterata, densità minerale ossea più bassa di quella attesa e quindi fratture da fragilità, dermatiti, astenia, cefalea. E ancora: alterazione della regolarità intestinale, diarrea, calo ponderale, spossatezza, gonfiore addominale e dolori, nausea e ritardo nella crescita per i bambini. In alcuni casi subentrano una serie di patologie correlate la cui insorgenza può indicare una celiachia, per esempio: anemia per carenza di ferro, osteoporosi, amenorrea, carenza di vitamine e minerali, intolleranza al lattosio. Anche le malattie autoimmuni come il diabete di tipo 1 e le patologie epatiche e tiroidee possono essere associate alla celiachia.

Quando la celiachia è un vero problema o solo una moda per eliminare il glutine?  «In alcune situazioni – afferma la professoressa Migliaccio – le persone possono confondere disturbi aspecifici, quali gonfiore, alterazioni dell’alvo transitori, legati all’assunzione di alimenti che possono creare meteorismo (alcuni tipi di verdure e legumi) o altri tipi di allergie (nichel). Oggi milioni di persone non celiache scelgono di seguire una dieta “gluten-free” nell’erronea convinzione che garantisca un maggior benessere o che faccia dimagrire. Niente di più sbagliato. Se non c’è una diagnosi di celiachia è bene ribadire che è inutile eliminare il glutine dalla dieta».

Gli esami da fare
«In caso di sospetto di patologia – sottolinea la professoressa Migliaccio – ci sono controlli specifici ai quali bisogna sottoporsi. Esami che possono indirizzare per la diagnosi sono le analisi del sangue per determinare: anticorpi anti-endomisio, anti-gliadina (meno specifici) e anti-transglutaminasi. La diagnosi certa si effettua mediante valutazione con esofagogastroduodenoscopia (EGDS) per effettuare  biopsie duodenali per l’analisi dei villi».

La celiachia è donna
La conferma viene dai numeri: su oltre 198 mila casi, 140 mila sono donne. C’è una ragione? «La causa sta tutta nelle alterazioni del sistema immunitario, più frequenti nel genere femminile rispetto al genere maschile» conclude l’esperta.

 

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