Cervelli in fuga, come funziona il bonus fiscale per chi torna in Italia

Una detassazione del 50 per cento per far rientrare chi ha deciso di andare a lavorare all'estero: ecco quali sono le regole, i requisiti e le normative di riferimento

Quello della fuga dei cervelli resta un problema primario per l’Italia e il suo futuro. Ma come riportare in patria i giovani che si sono formati nelle scuole del Bel Paese ma che poi hanno deciso di specializzarsi o lavorare all’estero? Una soluzione potrebbe essere l’offerta di un regime fiscale più conveniente. Prendiamo il caso di un laureato italiano che vive oltre confine: l’Agenzia delle Entrate ha spiegato che l’accesso al bonus impatriati, regolato dall’articolo 16 del decreto legislativo 147/2015, è erogabile a coloro che, per almeno due anni, hanno versato le tasse a un Paese straniero. Dal 2017 il regime agevolato offre una detassazione del 50 per cento del reddito di lavoro dipendente e autonomo per cinque anni. A beneficiarne possono essere anche cittadini comunitari ed extraeuropei, provenienti da paesi con i quali risultino strette convenzioni contro le doppie imposizioni fiscali o accordi sullo scambio di informazioni. Requisito indispensabile il conseguimento di un titolo di studio universitario. Inoltre occorre provare l’impegno in un percorso di studi (laurea o specializzazione) o in un’attività lavorativa nei 24 mesi precedenti il trasferimento.

Necessario il cambio di residenza fiscale
La prospettiva di pagare la metà delle tasse sul reddito per cinque anni ha indotto molti a informarsi, ma non tutti vi possono accedere. L’Agenzia delle Entrate ha chiarito che gli incentivi fiscali non spettano a chi, pur rientrando in Italia, alla stipula del contratto non accompagni il cambio di residenza fiscale. Il caso è stato sollevato da un ricercatore che avrebbe voluto beneficiare dell’agevolazione continuando comunque a lavorare all’estero. Grazie alla legge di bilancio del 2016 docenti e ricercatori possono già beneficiare di una detassazione Irpef del 90 per cento e Irap del 100 per cento. Anche in questo caso sono necessari requisiti specifici: un titolo di studio accademico, un periodo di residenza oltre confine non occasionale, l’aver svolto attività di ricerca o docenza per non meno di due anni continuativi e la stipula di un contratto di lavoro. La norma non stabilisce quali siano i limiti di tempo che debbano trascorrere tra il rientro in Italia e l’acquisizione della residenza fiscale. L’importante è che il nesso di consequenzialità tra le due azioni sia evidente, pena il respingimento della richiesta per il riconoscimento dei benefici.

Fuga di cervelli
Istruire i giovani allo Stato costa circa 69 miliardi, pari a circa il 4 per cento del Pil secondo le stime Ocse. Eppure, secondo il rapporto Istat sul benessere equo e sostenibile, 10 mila giovani tra i 25 e i 39 anni nel 2016 hanno lasciato il nostro paese: il doppio rispetto al 2012. La fuga di cervelli non risparmia nessuna regione, tanto al Nord quanto al Sud. Gli unici saldi positivi, quelli di Lombardia ed Emilia Romagna, sono alterati dalle migrazioni dei giovani dal Sud verso il Nord. Nel Meridione la fuga all’estero è aggravata dagli spostamenti interregionali: in Basilicata, Calabria e Sicilia la diminuzione oscilla tra il 26 e il 28 per mille. Sul breve periodo si spera nell’ingresso di talenti provenienti da altri paesi. Ma se tra il 2015 e il 2016 è stato registrato un leggero aumento, il numero di laureati stranieri nel 2017 si è poi stabilizzato. Indice che neanche la lieve ripresa economica è stata motivo di attrazione. Sul lungo periodo le conseguenze più gravi si riscontreranno non solo nel sistema previdenziale, ma soprattutto nel tessuto produttivo e nella sua capacità di innovazione.

 

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