Cervelli in fuga, dove “scappano” gli italiani? Londra capitale dell’espatrio

Dal 2006 al 2018 sono aumentati del 64,7 per cento gli italiani che hanno preso la residenza in un altro Paese

cervelli in fuga

L’espatrio dei giovani è una realtà assodata del nostro Paese e quella conosciuta come “fuga di cervelli” pian piano si sta trasformando in un vero esodo. Dal 2006 al 2018 sono aumentati del 64,7 per cento gli italiani che hanno preso la residenza in un altro Paese. In 12 anni gli iscritti all’Anagrafe dei residenti all’estero sono passati da poco più di 3,1 milioni a più di 5,1 milioni e la maggioranza di loro sono giovani, o giovani adulti, tra i 18 e i 34 anni (37 per cento), mentre un altro 25 per cento ha tra i 35 e i 49 anni. 

Ma dove scappano principalmente gli italiani?
A livello continentale l’Europa accoglie il numero più alto di cittadini italiani (54,1 per cento), mentre come capitale di espatrio su tutte spicca Londra, nel cui distretto, a conferma di dati molto spesso sottostimati, il ministero degli Esteri calcola che ce ne siano in realtà 700 mila, contro i 320 mila registrati.

Il 49,5 per cento è di origine meridionale (Sud: 1.659.421 e Isole: 873.615), mentre il 34,9 per cento parte dal Settentrione e il 15,6 per cento dal Centro. Il cambio di marcia, però, non coinvolge solo coloro che sono spinti dalla necessità di trovare un’occupazione o alla ricerca di maggiori opportunità professionali: gli italiani sono sempre più cittadini del mondo e la scelta di varcare i confini nasce già durante i percorsi universitari. Nel 1987 erano 3.244 gli universitari da 11 Paesi diversi a partecipare al progetto Erasmus, nel 2017 solo 41 mila sono quelli italiani. Si abbassa anche l’età di chi lascia l’Italia per studio: nel 2016 gli scolari delle superiori che hanno passato un periodo all’estero sono stati 7.400, contro i 3.500 del 2009: il 111 per cento in più.

I numeri
La nuova mobilità, frutto di una struttura fluida dei confini, non riguarda tuttavia solo i cosiddetti “cervelli in fuga”. I dati della Farnesina, infatti, evidenziano un incremento di tendenza anche da parte di chi non ha studiato: solo il 30 per cento di chi va via è laureato, il 34,6 per cento ha la licenza media, un altro 34,8 per cento il diploma. Questo fenomeno, nondimeno, nasconde anche un lato preoccupante. I giovani che hanno minore preparazione culturale, e magari difficoltà con le lingue straniere, cadono infatti molto spesso vittima di sfruttamento, finendo, per esempio, a fare i camerieri in nero dagli stessi italiani residenti nei Paesi di destinazione (in primis Regno Unito e Germania).

In Italia, da qualche anno, qualcosa si muove
Per far rientrare o semplicemente rimanere i “cervelli” nostrani, gli incentivi fiscali, previsti dalla legge 238/2010, sono stati prorogati, o per meglio dire, sono stati resi stabili anche per il 2019. I beneficiari di questi incentivi possono essere molti e in base alla categoria di appartenenza più o meno motivati al rientro.

La misura controesodo garantita dall’Agenzia delle Entrate per gli impatriati a partire dall’anno 2020, ovvero i lavoratori che trasferiscono la propria residenza in Italia o, in molti casi, decidono di tornare a casa dopo aver lavorato o studiato all’estero, consiste nell’esenzione per 5 anni del 70 per cento del reddito da lavoro autonomo o dipendente prodotto in Italia (prima del Decreto Crescita 2019  era il 50 per cento). I requisiti obbligano ad essere in possesso di laurea e aver svolto attività di lavoro dipendente, autonomo o di impresa all’estero per 24 mesi: in alternativa l’aver studiato all’estero per 24 mesi e aver conseguito un titolo accademico.

Per quanto riguarda docenti e i ricercatori che trasferiscono la propria residenza fiscale in Italia, invece, la questione è decisamente più “leggera”. Si incrementa da 4 a 6 anni la durata del regime di favore fiscale e, sorprendentemente, si prolunga la durata dell’agevolazione fiscale a 8, 11 e 13 anni, in presenza di specifiche condizioni (numero di figli minorenni e acquisto di una proprietà immobiliare di tipo residenziale in Italia). La tassazione invece rimane sulla stessa percentuale, in quanto le imposte calcolate soltanto sul 10 per cento del reddito prodotto non sembra poi una quota tanto male.

 

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