Combattere l’azzardo patologico non è un gioco

Quanto sono efficaci le misure introdotte dal decreto dignità? Momento Italia lo ha chiesto al presidente della Società italiana intervento patologie compulsive, Cesare Guerreschi, e al professor Federico Tonioni, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

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Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori e… giocatori. Come riporta una ricerca del Cnr, infatti, nel corso del 2017 sono stati più di 17 milioni gli italiani, tra i 15 e i 64 anni, che hanno giocato almeno una volta, con un aumento del 70 per cento rispetto al 2014, quando erano solo 10 milioni. Aumentano anche i giocatori problematici, il cui numero negli ultimi dieci anni è quadruplicato, passando dai 100 mila del 2007 ai 400 mila stimati lo scorso anno, pari al 2,4 per cento dei giocatori. È per invertire questo trend che con l’approvazione del “decreto dignità”, sono state introdotte delle misure per contrastare la ludopatia come il divieto verso «qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi  o  scommesse  con  vincite  di  denaro».

Oltre il decreto
È una misura sufficiente a contrastare il fenomeno? Secondo il Presidente del Siipac (Società italiana intervento patologie compulsive), Cesare Guerreschi, le misure contenute nel decreto dignità rappresentano «un primo passo concreto verso la prevenzione del gioco d’azzardo patologico. Non dobbiamo però accontentarci: è un segnale importante che va nella giusta direzione, ma solo un piccolo passo del lungo cammino della prevenzione». Una delle misure da implementare per affrontare al meglio il Gap (gioco d’azzardo patologico) è quella della formazione: «Se – magari con il coordinamento delle grandi associazioni di categoria – tutte le aziende del Paese mandassero una mail ai propri dipendenti per sensibilizzare riguardo ai rischi del Gap, magari con link a siti di approfondimento, si realizzerebbe con pochissima spesa una campagna d’informazione di enorme portata».

L’importanza di prevenire, adottando misure che combattano la ludopatia e veicolino il messaggio del gioco responsabile fin dall’adolescenza, è data anche dalle conseguenze che porta la dipendenza dal gioco d’azzardo. Chi ne è afflitto, infatti, non rischia solamente in proprio, ci spiega Guerreschi, ma arriva a coinvolgere la famiglia, gli amici, i conoscenti e l’ambiente di lavoro.

Storie di gioco
Per comprendere al meglio il problema, Guerreschi ricorda la storia di una ragazza di 23 anni, appena diventata madre, che si recava a giocare ai videopoker portando con sé la figlia, utilizzando i soldi necessari per comprarle il latte in polvere per il gioco. La piccola è stata in seguito ricoverata per denutrizione, riuscendo però a salvarsi e a ricongiungersi con la madre dopo che questa era riuscita a superare il suo problema. Oppure un direttore di banca che, per finanziare le sue giocate, aveva sottratto il denaro dei giocatori di una squadra di calcio, depositato presso il suo istituto.

«Certamente – ci spiega Guerreschi – il divieto di pubblicità non risolverà il problema di chi è già un giocatore patologico, ma può essere una valida strategia per tutelare i soggetti a rischio di sviluppare la patologia».

Il Gap come le droghe pesanti
Favorevole al divieto della pubblicità del gioco d’azzardo anche Federico Tonioni, ricercatore dell’Istituto di Psichiatria e Psicologia nella facoltà di Medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che da molti anni si occupa di dipendenze patologiche: «Sicuramente è la misura più efficace che fino ad adesso ho visto emergere rispetto al gioco d’azzardo». Il professore ricorda come la pubblicità di giochi e scommesse è spesso veicolata da personaggi come attori o calciatori ritenuti, nella rappresentazione delle persone, come figure sane, confondendo così  ancora di più il giocatore. «Il gioco d’azzardo, per certi aspetti, quando è patologico è veramente una tragedia e la dipendenza, quando è conclamata è, dal mio punto di vista, seconda solo all’eroina. Per cui trovo questa misura sicuramente opportuna». Infine, riguardo alle polemiche sul fatto che il divieto sfavorirà solo le società di scommesse apportando pochi benefici sul fronte della lotta alle dipendenze, conclude: «Mi rendo conto che potranno esserci disfunzioni anche a livello economico, ma credo che fra tutte le misure che ho sentito nominare sia quella più sensata e un po’ più efficace. D’altra parte continuare così non è una cosa sana. In nessun senso».

 

 

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