Comunicazione 2.0, qui il mercato del lavoro è in (netta) crescita

L’annata si dovrebbe chiudere con un +6 per cento. Il settore è formato principalmente da micro e piccole imprese (89 per cento). Che sono indipendenti, slegate da pochi grandi attori che fanno parte di network internazionali

comunicazione 2.0

Una fotografia del mondo del lavoro che gira attorno alla comunicazione 2.0. L’ha scattata il Centro studi Una (Aziende della Comunicazione Unite) presentando un rapporto dettagliato che ha messo il focus sulle realtà che offrono consulenza creativo-strategica, che si occupano di realizzazione e produzione e di pianificazione media, pubbliche relazioni, listening e social. 

In crescita
Come è il mercato? Giovane in primis. Perché la maggior parte delle realtà sono nate dopo il 2000 (62 per cento). Ma soprattutto in crescita, tanto che il 2019 si dovrebbe chiudere con un +6 per cento come l’anno scorso. Il settore della comunicazione 2.0 è formato principalmente da micro e piccole imprese (89 per cento). Che sono indipendenti, slegate da pochi grandi attori che fanno parte di network internazionali. 

Occupazione
Anche in termini occupazionali il settore mostra un andamento positivo. Dai dati raccolti, risulta un turnover annuale positivo (assunzioni/forza lavoro) pari al 12 per cento e un turnover annuale negativo (cessazioni/forza lavoro) pari a -7 per cento. Per il 2018 si registra, quindi, un saldo positivo pari al 5 per cento, che si traduce in un aumento dell’organico totale del settore. Tale saldo positivo sostiene la crescita del settore, in linea con le previsioni di crescita complessiva del fatturato.

Il settore della comunicazione 2.0 è caratterizzato da un’occupazione molto giovane e da una forte presenza femminile. Gli occupati con un’età compresa tra i 15 e i 34 anni sono il 47 per cento del totale (rispetto a una media nazionale del 23 per cento mentre le donne rappresentano il 65 per cento della forza lavoro, percentuale che rimane stabile in pressoché tutte le fasce di età. Si tratta chiaramente di una peculiarità di questo settore, che lo differenzia sia dal mercato del lavoro italiano nel suo complesso, nel quale la quota di donne tra gli occupati è pari solo al 42 per cento, sia al solo mercato dei servizi, dove le donne sono il 47 per cento. Tuttavia, un forte divario di genere emerge proprio confrontando la percentuale media di donne tra tutti gli occupati del settore con quella nelle posizioni apicali delle società. Tra i dirigenti, infatti, la quota di donne scende drasticamente di ben 30 punti percentuali al di sotto della media di settore (passando da 66 per cento a 36 per cento). Tale sotto-rappresentazione delle donne è molto più pronunciata nelle società di comunicazione che nel resto del settore servizi. Viceversa, se si prendono in esame i livelli di inquadramento più bassi, il genere femminile è fortemente sovra-rappresentate. Il settore si dimostra, quindi, caratterizzato da una forte disparità di genere nella probabilità di accesso ai livelli di inquadramento più elevati e, di conseguenza, alle posizioni apicali all’interno delle aziende.

La presenza di occupati stranieri è invece molto ridotta – pari solo al 4 per cento – e inferiore alla media nazionale (11 per cento). Solo nelle società indipendenti con filiali all’estero la presenza di occupati stranieri sale al 9 per cento, restando comunque al di sotto della media nazionale.

Contratti e qualità del posto di lavoro
Lo studio evidenzia che il 64 per cento del personale è assunto con contratto a tempo indeterminato, mentre il restante 36 per cento con una varietà di contratti “flessibili” a termine e/o autonomi. Ad essi, si aggiunge un 21 per cento addizionale di “freelance occasionali”. Le società adottano, quindi, una struttura organizzativa flessibile per adattarsi rapidamente a variazioni di domanda, utile anche come potenziale bacino di reclutamento.

L’intero settore della comunicazione 2.0 si caratterizza per una forte flessibilità anche in termini di orario di lavoro. Il 26 per cento delle società intervistate alla domanda su quale sia l’orario tipico di ingresso e uscita dal posto di lavoro, dichiara esplicitamente di non avere alcun orario standard. Il dato sembra ulteriormente confermato dalle risposte alla domanda su quali strumenti vengano utilizzati per rilevare presenze e orari del personale. Nel 36 per cento delle aziende, infatti, non viene applicata alcuna rilevazione. Un altro indicatore rivelatore di una gestione di tempi lavorativi improntata alla flessibilità è l’elevata incidenza dello smartworking: il 52 per cento del campione dichiara, infatti, di ricorrere a tale strumento. In media, in tali società, usufruisce dello smartworking il 48 per cento dei lavoratori dipendenti. Nel 75 per cento dei casi si tratta di uno o due giorni a settimana, ma è presente anche una quota di aziende in cui è consentito 5 giorni a settimana (il 16 per cento).

Benefit
Analizzando, invece, i benefit aziendali previsti dalle società intervistate, quelli in assoluto più diffusi si confermano il telefono (62 per cento) e il computer aziendali (60 per cento), seguiti dai buoni pasto (42 per cento). Seguono l’auto aziendale (29 per cento) e l’assicurazione sanitaria (22 per cento), importante spazio viene dato anche alla cura personale del dipendente attraverso servizi educational (18 per cento) o benefit inerenti palestra o sport (10 per cento) o agevolazioni per la nascita dei figli (10 per cento). Altro tema di grande interesse è la questione dei bonus o premi di produzione previsto da ben il 78 per cento dei rispondenti.    

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