Con Berlioz Santa Cecilia inaugura alla ‘Grande’  

Qualcuno ha trovato strana l’esecuzione di un Requiem per un’inaugurazione. Ma la ‘Grande Messe des morts’ di Hector Berlioz, con cui l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha aperto giovedì scorso alle 19,30 (repliche ieri alle 20,30 e stasera alle 18) la Stagione 2019-2020, non è solo un Requiem, è la grande celebrazione della lucida follia visionaria del suo autore e uno dei monumenti della musica occidentale. Una composizione che ha le forme architettoniche “di una cattedrale gotica”, come ha detto Antonio Pappano, che ha guidato più di 350 musicisti tra Orchestra e Coro dell’Accademia di Santa Cecilia affiancati dal Coro del Teatro San Carlo di Napoli e dalla Banda della Polizia di Stato. Solista, il tenore messicano Javier Camarena, vero fuoriclasse per timbro, emissione e fraseggio. Successo assicurato con standing ovation finale a tutti gli interpreti. “Siete sopravvissuti? Io a stento”, ha detto scherzando Pappano ai mecenati e sostenitori dell’Accademia che lo hanno salutato alla fine del concerto di giovedì. 

E in realtà la ‘Grande Messe des morts’ di Berlioz è un’opera faticosissima per un direttore d’orchestra ma anche per coristi e solista, spinti dalla penna di Berlioz a tessiture e dinamiche vocali impervie. Il compositore francese, benché ateo (si definiva “empio” nel senso etimologico del termine: ‘inpius’ ‘non pio’), è sempre stato attratto dal testo liturgico del Requiem: “La ‘Prose des morts’ è una poesia di un sublime gigantesco. Ne sono stato inebriato al primo momento”, scrive lui stesso, avvertendo che la sua partitura sarà “piuttosto grande”. E per dimensioni di organico, ma anche di concezione puramente musicale, resta seconda forse solo all’Ottava Sinfonia dei ‘Mille’ di Gustav Mahler.  

La ‘rivoluzione’ di Berlioz è però forse più incredibile di quella di Mahler, arrivata dopo le ‘orchestrone’ wagneriane. Berlioz scrive il ‘Requiem’ nel 1837 e prevede un organico di 400 esecutori: un coro a sei parti (80 soprani, 60 tenori e 70 bassi) e un’orchestra composta da più di 100 strumenti ad arco, 4 gruppi di ottoni, 20 legni, 12 corni, 4 trombe e 24 percussionisti. A differenza dei musicisti della Rivoluzione francese che facevano a gara per ampliare gli organici, in Berlioz il gigantismo è strutturale: la ‘Grande Messe des morts’ è inconcepibile con un organico troppo ridotto. Il compositore francese ‘teatralizza’ il testo del Requiem al punto da fare affermare nel 1882 al grande musicologo Edward Hanslick: “Con sovrano arbitrio e laicità Berlioz convertì l’antico e venerando testo chiesastico in un dramma fantastico”. 

Ed è un dramma fantastico, laico, di enorme emozione quello che esce dalla bacchetta di Pappano, il quale chiede all’Orchestra e ai Cori sfumature espressive estreme che vanno dai pianissimi quasi sussurrati, ai fortissimi apocalittici del ‘Tuba mirum’, del ‘Rex Tremendae’ e del ‘Lacrimosa’. E nonostante l’immancabile squillo di telefonino (che purtroppo ha suonato durante i pianissimi di ‘Quid sum miser’, altrimenti nessuno se ne sarebbe accorto…), il pubblico è rimasto letteralmente catturato per un’ora e venti dall’esecuzione impeccabile di Orchestra, Banda della Polizia, Coro di Santa Cecilia (preparato magnificamente dal nuovo maestro Piero Monti), Coro del San Carlo (preparato altrettanto bene da Gea Garatti Ansini). I diversi organici si sono fusi alla perfezione sotto la guida di Pappano dimostrando che un’opera colossale come ‘La Grande Messe des morts’ può inaugurare la Stagione di una fondazione lirica, come Santa Cecilia, con la formula della collaborazione tra fondazioni, in questo caso il Teatro San Carlo.  

A Berlioz, di cui ricorrono i 150 anni dalla morte, Santa Cecilia dedicherà anche i prossimi due concerti: il 17 ottobre (con repliche il 18 e il 19) Pappano salirà ancora sul podio per la ‘Symphonie Fantastique
‘ e l’ouverture dal ‘Benvenuto Cellini’, mentre il 24 ottobre (repliche il 25 e il 26) sarà Mikko Franck, principale direttore ospite della fondazione lirica romana, ad alzare la bacchetta sull’ouverture di ‘Béatrice et Bénédict’, accanto al concerto per violino di Sibelius e alla ‘Sacre du Printemps’ di Stravinskij.