Contrada: “Dopo strage Borsellino Tinebra mi chiese aiuto”  

dall’inviata Elvira Terranova  

Non erano trascorse neppure 24 ore dalla strage di Via d’Amelio, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, quando l’allora Procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra, appena insediato, incontrò nei suoi uffici l’allora numero due del Sisde, Bruno Contrada. Un incontro irrituale, tra un uomo dei Servizi segreti e un magistrato, fortemente voluto dal Procuratore. A fare da tramite, per quell’incontro, era stato l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi. Quel lunedì pomeriggio Tinebra guardò negli occhi Contrada e gli chiese aiuto. “Mi deve dare una mano nelle indagini”, gli disse. Perché non sapeva da dove iniziare. Ma Contrada nicchiò. “Nei Servizi segreti non facciamo indagini, ma posso darle un aiuto”, gli rispose. A raccontare quanto accadde quel pomeriggio è uno dei due protagonisti, Bruno Contrada, sentito oggi, come testimone assistito, al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage Borsellino. Alla sbarra tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, che facevano parte del gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellino’. Sono tutti imputati per calunnia aggravata in concorso. 

Rispondendo alle domande del pm Stefano Luciani, Bruno Contrada, che oggi ha 88 anni e cammina appoggiato su un bastone, Contrada ricorda quei momenti con grande lucidità: “Era il 20 luglio 1992 – dice Contrada – e Tinebra mi chiese di contribuire alle indagini, io feci delle obiezioni. Avevo anche spiegato che non avrei intrapreso nessuna attività sul piano informativo, perché quello era il mio compito, se non d’intesa con gli organi di polizia giudiziaria interessati, sia della Polizia che dei Carabinieri”. E pochi giorni dopo ci fu l’incontro, come risulta anche dall’agenda che – seppure in fotocopia – Contrada ha portato in aula, con i vertici di Polizia e Carabinieri a Palermo. “Infatti ci fu l’incontro, per la Polizia, con l’allora dirigente della Squadra La Barbera e successivamente l’incontro con il maggiore Obinu dei Carabinieri”, racconta ancora Contrada. “A farmi il nome di Obinu fa il generale Antonio Subranni che conoscevo benissimo”. “A La Barbera dissi che non avrei fatto nulla per accavallare le indagini – spiega Contrada al pm Stefano Luciani – dissi che avrei svolto un’attività che non potesse disturbare le loro indagini, gli spiegai quello che noi come Servizi segreti potevamo fare per contribuire, nei limiti del possibile, alle indagini sulla strage”. “Ero l’unico in quell’ambiente che avesse conoscenza di cose e uomini di mafia, per la mia lunga permanenza di servizio a Palermo – dice ancora – ho trascorso 23 anni a Palermo nella lotta contro la mafia. Gli altri erano ‘digiuni’ di lotta alla mafia, compreso il capocentro del Sisde di Palermo”.  

“Il Procuratore Tinebra, che si era insediato da poco tempo a Caltanissetta, quando lo incontrai, mi prospettò le sue difficoltà. Perché lui non aveva mai svolto servizio giudiziario a Palermo e il personale di Caltanissetta non era in grado di svolgere attività investigativa su una strage del genere, che presuppone una conoscenza che non si acquisisce in 15 giorni”, ha detto ancora Bruno Contrada, parlando dell’incontro con l’allora Procuratore di Caltanissetta Gianni Tinebra, oggi deceduto. “Tinebra si è rivolto al capo della polizia di allora che gli disse che a Palermo ero l’unico ad avere una ampia conoscenza nella lotta alla mafia”, dice. Ma perché l’allora capo della Polizia Parisi fece da tramite per un incontro così irrituale? Perché “voleva dare un contributo alle indagini sulla strage di via D’Amelio”, spiega oggi Contrada. Ma Contrada spiega anche di non conoscere che tipo di rapporto ci fosse tra Tinebra e Parisi. “Non so se è stato Parisi a dire a Tinebra ‘se hai bisogno di notizie rivolgiti a Contrada’, oppure se fu Tinebra a chiedere a Parisi ‘ho bisogno di un supporto a Palermo’ e Parisi gli disse di incontrare me. Questo non lo so. So solo che il genero del capo della Polizia Costa mi fece sapere che Parisi disse che era opportuno che io andassi a parlare con Tinebra che mi aspettava alla Procura”. Contrada, durante la deposizione fiume, senza fermarsi un attimo, parla anche di una denuncia fatta nel 2007 per “un tentativo di depistaggio sulle indagini sulla strage di Via D’Amelio”. “Nel marzo 2007, poco prima di entrare nel carcere di Santa Maria a Capua a Vetere per espiare la pena per la condanna definitiva – racconta Bruno Contrada in aula – andai alla Procura di Caltanissetta, accompagnato dai miei legali, per presentare un esposto querela di circa 80 pagine, con un centinaio di allegati. E accusai criminali mafiosi pentiti, ufficiali dei carabinieri, funzionari di polizia, facendo nomi e cognomi. E’ tutto documentato. In quelle carte si provava in maniera inconfutabile che c’era stato un tentativi di depistaggio nelle indagini sulla strage di via D’Amelio”. E aggiunge: “Ma tutto è stato archiviato…”. E ricorda anche che “c’erano contatti tra il Gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellino’. Poi, prima di asciare l’aula del Tribunale di Caltanissetta parlando con i cronisti dice: “Io avrei subito dubitato di Vincenzo Scarantino”. “Dopo mezz’ora di conversazione al massimo – dice – mi sarei convinto che Scarantino non fosse un esponente mafioso tale da avere avuto una parte nella strage di Borsellino, Ma non perché sia più bravo degli altri poliziotti, ma perché avevo più esperienza”.  

(Fonte: Adnkronos)