Copyright, Costa: «Non vogliamo posizioni dominanti sulla rete»

L'eurodeputata del Partito democratico, Silvia Costa, spiega a Momento Italia i principali cambiamenti della nuova normativa sul diritto d'autore e risponde alle critiche del MoVimento 5 Stelle

Ue

Le regole sul diritto d’autore devono valere anche per la rete. È questa la decisione presa dal Parlamento europeo che ha approvato la nuova normativa sul copyright. «Sono contenta – ci spiega Silvia Costa, eurodeputata del partito democratico – del mandato che abbiamo dato con una larga maggioranza al testo che, dopo la votazione di luglio, è stato ripresentato dal relatore Alex Voss con delle modifiche anche per andare incontro ad alcune obiezioni che erano venute e ci siamo fatti carico tutti di trovare questa mediazione». L’europarlamentare, inoltre, spiega quali saranno i cambiamenti con la nuova direttiva.

Il Parlamento europeo ha approvato la nuova normativa per la regolamentazione del copyright. Cosa succederà adesso?
«La direttiva si colloca nell’ambito della strategia europea sul digitale ed è un intervento normativo importantissimo perché regola in modo molto più chiaro, di quello che attualmente è il quadro che al momento è un po’ far west, i rapporti tra le grandi piattaforme digitali online con i detentori dei diritti d’autore e anche dal punto di vista dell’editoria giornalistica in ambito online. Ritenevamo assolutamente necessario adeguare il quadro normativo, che era molto lacunoso, e andava fatto a livello europeo perché l’Europa secondo noi è il livello minimo di regolamentazione di fronte alle grandi sfide che sono transnazionali e globali per adeguare le norme che vigono per l’offline cioè per l’editoria cartacea, per le tv, per gli altri mezzi di comunicazione, ma che invece non sono assolutamente chiare e certe per quanto riguarda quelle che in realtà sono dei grandi aggregatori di contenuti culturali e giornalistici o creativi che poi vengono messi in rete sulle piattaforme.  Non si pagano, o si pagano in modo irrisorio, i diritti d’autore a chi è il proprietario e su questo si lucrano moltissimi guadagni perché si calcano le inserzioni pubblicitarie e negli ultimi anni lo spostamento massiccio degli investimenti pubblicitari ha lasciato la carta stampata, la televisione e la radio, riducendo moltissimo il pluralismo culturale e informativo e andando in direzione delle grandi piattaforme. Non vogliamo fermare la novità, importantissima, del digitale. Vogliamo solo che si integri con un ecosistema equilibrato, anche dal punto di vista del non favorire le posizioni dominanti sulla rete».

Cosa cambierà per gli utenti e cosa per le varie piattaforme web?
«Intanto vorrei precisare che noi abbiamo ristretto il campo di applicazione, anche se qualcuno non era d’accordo perché diceva che se ci sono infrazioni del diritto d’autore questo vale per tutte le piattaforme. Per non “dare il fianco” a chi diceva che saranno in difficoltà le piccole piattaforme che stanno crescendo, abbiamo escluso dalla normativa, o comunque si daranno dei carichi molto diversi, le piccole e micro imprese online. Quando diciamo piccole non vuol dire soltanto per numero di dipendenti, perché questi giganti del web hanno pochissimi dipendenti, ma un grande fatturato. Quindi abbiamo messo un incrocio fra fatturato e dipendenti.
L’utente non ha nulla da temere perché noi abbiamo ampliato le eccezioni per l’accesso libero ai contenuti culturali, educativi e tutto ciò che sono i soggetti dell’educazione, dell’istruzione, le biblioteche, le istituzioni che tutelano il patrimonio culturale e la ricerca purché non siano utilizzati in modo commerciale. Secondo, non sono assolutamente vietati link e super link: sono stupita e indignata dalla protesta fatta da Wikipedia, che è una piattaforma enciclopedica non commerciale di accesso alla conoscenza assolutamente ed esplicitamente fuori, con tutte le altre di questo tipo, dalla direttiva.
Inoltre, questa direttiva impone alle grandi piattaforme o di stipulare degli accordi con le società collettive di tutela per il diritto d’autore, come avviene anche per altri player, oppure se non hanno questa intenzione, devono comunque garantire che siano non disponibili ed essere rimossi quei prodotti, opere, tutela del diritto d’autore che sono sulla rete. Questo ha creato un po’ di sconcerto e di discussioni facendo parlare di censura o non censura. Esistono dei sistemi tecnici neutri che informano se un contenuto è coperto o no dal diritto d’autore. Su questa materia delicata abbiamo ritenuto di fare un passo avanti verso chi la contestava, per cui è previsto che gli Stati membri dovranno favorire, quindi hanno un ruolo proattivo, la concertazione fra le piattaforme e i titolari dei diritti per trovare le modalità concordate con le quali garantire tutto questo. L’utente sarà ancora più tutelato perché sa quando usa internet, legge, quando fa circolare dei contenuti che trova sul web, che non infrange il diritto d’autore. L’altra cosa importante che abbiamo inserito all’interno sia dell’articolo che interessa gli autori che quello dell’editoria, riguarda il diritto a veder riconosciuta formalmente un’equa e proporzionata remunerazione delle loro opere. Deve tornare una parte del ricavo anche a loro. Infine, le piattaforme dovranno istituire dei meccanismi rapidi di reclamo gestiti da persone, non da algoritmi, per presentare ricorso contro l’ingiusta eliminazione di un contenuto. In questo caso si devono trovare delle modalità veloci per superare queste controversie».

On. Silvia Costa (Pd)

Il Partito Democratico è sempre stato favorevole a questo provvedimento. Altri, come il MoVimento 5 Stelle, hanno protestato contro l’approvazione. Cosa ne pensa?
«A luglio la delegazione del partito democratico a Strasburgo è stata in maggioranza a favore, non totalmente. Perché, secondo me, ci sono state anche, in buonissima fede, delle preoccupazioni visto che la materia è molto complessa. Il problema è che non si trattava soltanto di dubbi nati dalla discussione, ma di una campagna fatta dai grandi giganti del web. Per tre notti prima del voto ho ricevuto in un’ora, da indirizzi mail che poi abbiamo verificato provenivano da Washington DC, 850 messaggi, tutti con lo stesso testo. L’altro tipo di azione è stato quello delle fake news che son state fatte girare, compresa l’iniziativa incredibile di Wikipedia, e poi forme di intimidazione di chi diceva “Questa è censura, si vuole chiudere la libertà di internet”. Oggi – sono dati di più di 2 anni fa quindi la cosa si è ancora di più aggravata – non è vero che non esistono modelli di business online che si possono mettere in campo. Non stiamo difendendo vecchie guardie o vecchie glorie. Basti pensare che Spotify, che è pur sempre un soggetto americano indipendente, ha fatto di un business che riconosce comunque il diritto d’autore, si può discutere quanto e come, una modalità anche per guadagnare parecchio. Però si confronta anch’esso con piattaforme ancora più grandi che invece hanno dei modelli illegali. Ad esempio, Spotify che ha 540 milioni di utenti reinveste in royalties almeno 1 miliardo e 200 milioni di dollari. Youtube che ne ha 900 milioni, ne reinveste 450. Questo sistema non può portare a quel bene fondamentale protetto dalla costituzione europea, che è la diversità culturale europea, la libertà e la qualità dell’informazione.
Sulle posizioni del Movimento 5 Stelle ricordo come Di Maio la prima cosa che ha detto, forse perché ha molto a cuore alcune piattaforme in particolare, è stata: “Il nostro governo cambia completamente posizione sul copyright”. Lo ha riannunciato anche l’altro giorno in modo scorrettissimo accusando il Parlamento europeo eletto da 500 milioni di cittadini, come dicono quando fa comodo a loro, denunciando che avevamo fatto una vergogna e così via. Credo sia una cosa gravissima che un vice presidente di un governo dica una cosa del genere di un Parlamento europeo, ma la cosa più grave è che si capisce benissimo la loro idea, anche di democrazia, cioè il demiurgo che parla attraverso le piattaforme senza più gli impicci del parlamento e delle istituzioni in mezzo ai cittadini e che porta dritto dritto a forme dittatoriali e peroniste. È chiaro che essendo il loro modello insieme alla piattaforma Rousseau, non ho difficoltà a dire che capisco bene che sono dalla loro parte e non dalla parte dei cittadini».

Ora come proseguirà l’iter?
«Adesso il relatore Voss insieme agli shadow rapporteur, che sarebbero i rapporter ombra, avrà il dovere di portare questa posizione del Parlamento al negoziato, che si chiama trilogo, con il Consiglio dei ministri europei e la Commissione che dovrà facilitare questa soluzione. Purtroppo il Consiglio dei ministri europei che vede alcuni Paesi su questa posizione, ne vede altri, fra cui il nostro, che sono su una posizione opposta. Quindi non mi faccio illusioni che il negoziato sarà facile, però noi abbiamo dato un mandato talmente forte al nostro relatore che, siccome noi siamo co-legislatori, è chiaro che il Parlamento farà sentire la sua voce. Mi auguro che a questo punto anche un po’ di spiegazioni attraverso la stampa, attraverso gli organi di formazione, attraverso dibattiti pubblici liberi, possano far capire cosa c’è in gioco e quindi che la pressione dell’opinione pubblica si faccia sentire anche da parte dei governi».

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