Coronavirus, la Globalizzazione? Morta e sepolta. Lo sostiene Rifkin

Quando il mondo sarà uscito dall’emergenza dovuta alla pandemia da Coronavirus, “Bisognerà studiare nuove modalità di comportamento, studio, lavoro, vita sociale, per mantenere sempre una distanza di sicurezza l’uno dall’altro. Dovranno essere studiati di nuovo i teatri, gli stadi, i cinema, gli aerei, perché contengano meno gente e meno ammassata. Io vado più in là. Mentre la ricerca di vaccini prosegue serve uno screening globale. I dati andranno depositati con qualche forma di tutela della privacy in una piattaforma blockchain a disposizione delle autorità internazionali. Per ora dobbiamo rassegnarci: il virus resterà fra di noi, e visto che non si potrà mantenere il lockdown in eterno per non piegare definitivamente l’economia mondiale, bisognerà aspettare qualche remissione per riaprire (parzialmente) le porte, rassegnandosi a richiuderle in fretta appena le terapie intensive degli ospedali segnalino un anomalo aumento degli accessi. Ma la rivoluzione dovrà andare oltre, ridisegnando la governance mondiale”.

Così a Repubblica Affari & Finanza Jeremy Rifkin il guru mondiale dell’economia applicata all’ecologia per il quale il Covid-19 ha rappresentato la Waterloo della globalizzazione.

Prendere confidenza con glocal

“Così come l’abbiamo conosciuta – spiega – è morta e sepolta. Dobbiamo prendere confidenza con il termine glocal. Io sono coinvolto in un progetto Ue propedeutico al Green deal della presidente Ursula von der Leyen: le Bioregioni, aree anche sovranazionali con particolare omogeneità e vocazione industriale, agricola, culturale”.

Epidemie hanno preceduto sempre trasformazioni epocali

“Nella storia, le trasformazioni epocali sono sempre state precedute da disastrose epidemie, compresa la rivoluzione industriale dell’inizio dell’800 e indietro nei secoli dei secoli. Ogni volta si ripensa agli errori fatti. Qui, non per ripetermi, l’errore, chiamiamolo così per non usare termini più apocalittici, si chiama cambiamento climatico. Gli eventi estremi – incendi, alluvioni, maremoti, siccità, carestie – arrivano con cadenza pluriannuale anziché ogni cinquant’anni come un tempo. E comportano sempre una fuga e una migrazione scomposta di uomini, animali e virus: questi ultimi per sopravvivere si attaccano disperatamente agli altri esseri viventi. Così si diffondono nel mondo”.

(FONTE: 9Colonne)