Crowdfunding, per avere successo bisogna investire in comunicazione

L'amministratore delegato di Produzioni dal Basso, la prima piattaforma crowd in Italia, spiega a Momento Italia il perché della differenza tra le campagne italiane ed estere e quali sono i futuri obiettivi dell'azienda

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Cosa fare quando abbiamo l’idea per un progetto, ma non i soldi per realizzarla? La soluzione potrebbe essere quella di farsi finanziare dalla persona della porta accanto… o quasi, ricorrendo al crowdfunding. Questo, infatti, è un vero e proprio finanziamento delle folle (dall’inglese crowd, folla e funding, finanziamento) che nasce dal basso. L’importante è riuscire a stimolare la curiosità negli utenti invogliandoli a investire nel proprio progetto. In Italia, la prima piattaforma online di crowdfunding è attiva dal gennaio 2005. Si tratta di “Produzioni dal Basso” (PdB) e, come spiega a Momento Italia l’amministratore delegato Angelo Rindone, è un progetto che si sviluppa nel 2004 quando questo tipo di piattaforme online ancora non esistevano e «non c’era neanche il nome crowdfunding, perché è un neologismo che è nato intorno al 2008-2009 quando sono arrivate le piattaforme americane». Oggi conta più di 200mila utenti registrati, quasi 3500 progetti finanziati, 539 progetti attivi e oltre 8 milioni e mezzo di euro raccolti.

Com’è nata l’idea di creare Produzioni dal Basso?
«È nata all’interno di una serie di esperienze e di considerazioni che avevo fatto in quegli anni sul modo e l’opportunità di utilizzare internet per finanziare dei progetti, in particolare culturali. Quegli anni, erano anche quelli in cui stavano nascendo i grandi social network, Facebook, Youtube, ecc… anche se a dire la verità io non lo sapevo perché Youtube è del giugno del 2005 e Facebook, ai tempi, era una intranet universitaria, quindi nel 2004 non erano ancora arrivati in Italia. Però si respirava questa possibilità di cominciare a utilizzare internet non soltanto per andare a cercare informazioni, ma soprattutto per immettere informazioni. Oggi sembra banale postare una foto, un blog o inserire contenuti. Inizialmente, però, internet era utilizzato per andare a cercare informazioni. Pian piano, invece, attraverso alcune tecnologie e piattaforme che abilitavano il blogging, le persone hanno cominciato a usare internet anche per raccontare delle cose. Dall’onda di questo iniziale utilizzo particolare della rete, che poi oggi è l’uso principale, ho immaginato che internet potesse anche essere il luogo dove raccontare una storia e raccogliere i soldi per realizzare un progetto».

Che tipi di progetti ospitate?
«Siamo una piattaforma generalista donation reward, ovvero dove di base vengono proposti progetti che cercano sostenitori tramite una donazione che permetta di realizzare la propria idea. Si trovano soprattutto progetti di tipo culturale e sociale, poi però dentro queste accezioni ci sono tante cose che possono essere fatte, dall’iniziativa, al concerto, fino alla stampa di un libro, alla realizzazione di un film o alla raccolta fondi di un’associazione».

Quanto si raccoglie con una campagna?
«Analizzando i macrodati del crowdfunding italiano e in particolare del crowdfunding donation reward, tendenzialmente la media dei progetti è più che bassa: si raccolgono
5-6 mila euro a progetto. Questo vuol dire che può esserci il progetto che ha raccolto 300mila euro e quello che ne ha raccolti mille».

Chi gestisce i fondi raccolti?
«Ci appoggiamo ad istituti di pagamento autorizzati come Paypal e Lemon way che ci mettono a disposizione dei conti tecnici indisponibili per noi. Non possiamo accedere a questi soldi, ma sono disponibili per i progettisti. Quindi di fatto c’è un sistema tecnico che permette di poter raccogliere questi denari e bonificarli sul proprio conto corrente in maniera legale e trasparente».

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L’amministratore delegato di Produzioni dal Basso, Angelo Rindone

Ricorda il progetto che ha raccolto di più sulla piattaforma?
«Ad oggi il progetto con la raccolta più alta su Pdb è un progetto ancora aperto, che ha raccolto quasi 600mila euro. Si tratta del finanziamento di una nave battente bandiera italiana, all’interno di un progetto, Mediterranea, che si è posta l’obiettivo di fare da presidio delle acque territoriali italiane per quanto riguarda i migranti».

In che modo si finanzia la piattaforma?
«Produzioni dal Basso ha un modello di business duplice: da una parte c’è la fee della piattaforma, una piccola percentuale del budget raccolto, che va dal 3 al 5 per cento, che viene trattenuto dalla piattaforma. L’altro modo è ospitando continuamente progetti speciali da parte di aziende. Cioè ci sono società che si stanno interessando a quello che succede su queste piattaforme e vogliono fare delle iniziative su di esse. Queste aziende sono interessate alle comunità, a intercettarle e cofinanziare dei progetti. Quindi la piattaforma si sostiene con una percentuale del transato e con le iniziative speciali delle aziende sulla piattaforma».

Quante sono le tipologie di crowdfunding e qual è la migliore?
«Esistono 4 tipologie diverse, le 4 macro del crowdfunding. La “All or nothing”, che abbiamo tradotto come “Tutto o niente”, dove  si definisce un budget per il progetto e se lo raggiungi raccogli i soldi, altrimenti non raccogli nulla. Poi c’è una modalità più flessibile chiamata “Raccogli tutto”, dove quello che si raccoglie durante la campagna anche se non si raggiunge il budget, si può trattenere. Per la modalità “Donazione” non c’è nemmeno un budget, e infine c’è una modalità “Donazione ricorrente” che è un po’ come un abbonamento. La modalità più utilizzata è, evidentemente, quella “Raccogli tutto”, perché in Italia la mentalità è “piuttosto che niente, meglio piuttosto”. In America, invece, la più utilizzata è l’”All or nothing”, molto più sfidante, dove ci si dà un obiettivo da raggiungere. Personalmente non prediligo o l’uno o l’altro, diciamo che ci sono progetti più adatti per una tipologia e progetti più adatti per un’altra».

Le ricompense: cosa sono e quanto influiscono?
«La nostra è una piattaforma basata sulle donazioni e sulle ricompense. Quest’ultime servono a stimolare il sostegno. È un modo per gratificare la propria fan base, ma in molti casi è un modo per portarsi a casa l’oggetto del progetto. Proviamo a immaginare lo scrittore che propone la campagna per il proprio libro, che come ricompensa da a tutti i suoi sostenitori una copia del libro. In quel caso potremmo addirittura parlare di una prevendita del prodotto La ricompensa è importante per due motivi: primo perché aumenta le donazioni e secondo perché permette anche di creare dell’esperienza all’interno del proprio progetto, anzi le ricompense esperienziali sono quelle che funzionano meglio. Bisogna però stare attenti, perché spesso ci sono dei progetti che promettono la maglietta, la spilla, ecc… e poi quando è finita la campagna tutto il budget, o quasi, viene eroso dalle ricompense. Io consiglio spesso di usare ricompense emotive, che non prevedono una spedizione. Ad esempio, nel caso della realizzazione di un film, si può promettere ai sostenitori di inserire il loro nome nei titoli di coda».

C’è una campagna che ricorda particolarmente?
«Il primo progetto ospitato se non ricordo male, nel lontano 2005, è stato un libro illustrato, che è stato il primo progetto di crowdfunding in Italia. Poi abbiamo finanziato 3400 progetti e per me sono tutti importanti. Molto spesso si guarda e si giudicano i progetti in base a quanto hanno raccolto, invece bisogna giudicarli in base a quello che si fa veramente con i soldi. Intorno al 2008 un’associazione di Scampia, attraverso la nostra piattaforma, è arrivata a sostenere laboratori teatrali, pubblicazione di libri, eventi ecc… e ha creato un vero e proprio movimento dal basso in questo quartiere di Napoli. Ora tutti gli anni, nel carnevale di Scampia, c’è un carro con una bandiera con scritto Produzioni dal Basso. Non ci siamo neanche mai conosciuti, ma so che sono una associazione che opera e fa tantissime cose in questo quartiere e che spesso e volentieri utilizza la nostra piattaforma per finanziarsi le iniziative. Questo per far capire che dietro queste storie si nasconde altro. In Italia, rispetto all’estero, si fa meno marketing e più comunità. Ora a me piacerebbe anche un po’ di marketing, ma comunque la componente della comunità me la tengo ben stretta perché è bellissima».

Perché in Italia è così raro trovare grandi campagne crowd come negli Usa?
«Non è vero che nelle piattaforme americane si fanno solo raccolte milionarie. La media è intorno ai 15mila euro, quindi molto più alta della media italiana, ma non è esageratamente più alta. È vero, però, che in America spesso ci sono campagne milionarie. I motivi, secondo me, sono stanzialmente tre. Primo: il mercato americano è più maturo per questo tipo di piattaforme, quindi anche culturalmente gli americani hanno una cultura del dono e dell’investimento più sviluppata della nostra. Secondo: le campagne americane prevedono degli investimenti. Ad esempio, chi fa una campagna su una piattaforma internazionale, tendenzialmente prevede di investire in ufficio stampa, in comunicazione, nella realizzazione di un bel video e la spesa media va dai 15mila ai 30mila euro sulla campagna prima di andare a fare la raccolta fondi. Ho conosciuto un ragazzo napoletano che ha fatto una bellissima campagna di crowdfunding in America su Kickstarter da 3 milioni di euro, ma investendo 300mila euro in comunicazione. Per quanto riguarda l’impegno economico delle campagne italiane, invece, siamo quasi vicino allo 0. Quindi più investo in comunicazione, più ho possibilità di raccogliere bene. Infine, il terzo motivo è che le piattaforme americane sono molto più professionali delle piattaforme italiane e hanno anche grandi investitori. Inoltre, il mercato italiano deve ancora crescere, perché pochi in Italia conoscono questo tema. In America, ad esempio, hanno avuto un grande testimonial del crowdfunding come il presidente Barack Obama che nel 2008 ha lanciato una raccolta per finanziarsi la prima campagna elettorale. Quindi gli Usa hanno avuto anche dei testimonial di questo strumento che noi in Italia non abbiamo mai avuto».

Cosa c’è nel futuro di Pdb?
«Stiamo lavorando moltissimo con il tema dei dati e stiamo cominciando a restituire questi dati alla comunità dei nostri utenti per aiutarli a migliorare le loro campagne. Il nostro obiettivo è permettere alle persone che hanno un’idea, un progetto, di avere degli strumenti automatici, ma ben studiati e ben proposti, che gli permettano di essere più efficaci, più bravi e più corretti nella loro campagna di crowdfunding».

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