Decreto dignità, le società sportive dilettantistiche tornano non profit

L'Unione Italiana Sport per Tutti plaude alla decisione del governo ma sottolinea che è necessaria «una profonda riforma del sistema» perché «manca una normativa sul mondo dei dilettanti»

sport diletttàantistico nel decreto dign

Sono finite in soffitta prima di nascere. Nella realtà (tangibile) non sono mai esistite. Con una mossa politica, annunciata i primi di luglio dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti e poi diventata realtà, il nuovo governo ha cancellato le società sportive dilettantistiche a scopo di lucro (SSDL) introdotte dalla legge di Bilancio 2018. Per questo nuovo soggetto giuridico era prevista la possibilità di svolgere attività sportiva a fini di lucro ed essere assoggettate a una tassazione di favore: da un lato l’Ires pari alla metà di quella ordinaria (12 per cento invece di 24 per cento), dall’altro l’applicazione dell’aliquota Iva più che dimezzata (10 per cento invece di 22 per cento). Piccolo-enorme dettaglio: le SSDL dovevano essere riconosciute e iscritte in uno specifico registro del Coni. Che però non è mai stato aperto. Neppure per un giorno.   

 

Solo un sospetto 

Qual è la ragione di questo netto taglio alla mossa dell’ex ministro Lotti? E’ nato il sospetto che il mondo profit potesse mettere piede nel mondo non profit per ottenere agevolazioni fiscali. E quindi instaurare una sorta di “concorrenza sleale” nei riguardi di chi si occupa dello sport di base puntando sul volontariato, chiaramente senza fini di lucro. Vanno lette in quest’ottica le parole dell’onorevole Giorgetti, pronunciate durante la presentazione a Palazzo Chigi del decreto dignità: «Pensiamo che lo sport dilettantistico non debba avere fine di lucro e quindi abbiamo abolito questa fattispecie, restituendo alle ASD vere meno burocrazia e la possibilità di operare senza le complicazioni che questa normativa avrebbe comportato per tante decine di migliaia di volontari e appassionati». Traduzione della traduzione: per un’azienda diventata SSDL non avrebbe avuto più senso sponsorizzare piccole-medie realtà del territorio avendo tra le mani le proprie società sportive dilettantistiche.          

 

Caso Virgin
Resterà un semplice caso di scuola. E niente di più. La Virgin Active – colosso del fitness con sede in 27 città italiane – si è trasformata in SSDL lo scorso gennaio. Ma non ha avuto la possibilità di iscriversi al registro del Coni restando a metà strada. All’idea delle SSDL si era avvicinato anche Nerio Alessandri, l’ideatore di Technogym. «Era stato fatto un grandissimo passo in avanti per creare chiarezza, emersione, trasparenza e sviluppo, in un settore che conta ben 70.000 centri sportivi dilettantistici, che vanno dalle piccole associazioni di squadre sportive, ai grandi impianti polivalenti, tutti al servizio dei cittadini italiani», ha scritto in un comunicato l’Anif, l’Associazione Nazionale Impianti Sport e Fitness, appena appresa la notizia della cancellazione. L’Anif lavorava a questo progetto da più quattro anni.  

 

Festeggia la Uisp  

«Ci siamo subito dichiaratati contrari all’inserimento di questa nuova figura rivendicando la necessità di una riforma complessiva della legislazione dello sport in Italia. Se è vero che gran parte dell’attività non profit si basa sul volontariato, le SSDL erano qualcosa di anomalo. Con le SSDL si sarebbero dimenticate le realtà che reggono lo sport nel nostro Paese. Abbiamo accolto con favore questa attenzione da parte del governo. E’ un primo passo per poi discutere di temi più ampi. Perché manca una normativa sul mondo dei dilettanti. Esiste la necessità di una profonda riforma del sistema. Serve una maggiore attenzione sulla trasparenza, sulla correttezza e sulla questione lavoro. Ci battiamo per alzare asticella, per un rinnovato rapporto tra il sistema sportivo e le politiche pubbliche», ha detto a Momento Italia Tiziano Pesce, vicepresidente dell’Unione Italiana Sport per Tutti.