Decreto dignità, Durigon: «Interventi mirati per risolvere le criticità»

Durante un evento organizzato presso il Campus scientifico dell’Università Ca’ Foscari di Venzia Mestre sono stati analizzati gli esiti applicativi della legge 96/2018 e le eventuali prospettive di modifica

Decreto dignità

Analizzare i primi effetti sul mondo del lavoro del Decreto dignità e presentare il rapporto sugli effetti del provvedimento, realizzato dall’Osservatorio lavoro della regione Veneto e dallo studio legale Dla Piper. Sono stati questi gli argomenti del convegno organizzato da Confapi (Confederazione italiana della piccola e media industria privata) con l’agenzia per il lavoro Maw Men at Work, presso il Campus scientifico dell’Università Ca’ Foscari di Venzia Mestre. All’incontro hanno partecipato il sottosegretario al ministero del Lavoro, Claudio Durigon, insieme a Francesco Turrini, ad di Maw Men At Work, Giampiero Falasca dello studio legale Dla Piper, Paolo Zangrillo, deputato di Forza Italia e membro della commissione Lavoro della Camera e Mattia Pirulli, Segretario nazionale Felsa Cisl.

Le critiche al decreto
Sia Turrini che Falasca hanno criticato il provvedimento introdotto dal governo. «Le imprese del nostro Paese – ha evidenziato Turrini –  hanno bisogno di personale le cui competenze non sono disponibili nel mercato del lavoro. Le persone che entrano nel mondo del lavoro o che cercano un nuovo lavoro, infatti, hanno competenze totalmente disallineate alle necessità del mercato» e l’introduzione della legge 96/2018 ha introdotto delle modifiche alla normativa sulla somministrazione del lavoro «aumentando le difficoltà che le aziende hanno nel costruire i lavoratori del futuro e colpendo i lavoratori più deboli, perché riduce la loro possibilità di entrare gradualmente nel mondo del lavoro». Falasca, invece, ha ricordato come i dati Istat sulla rilevazione della forza lavoro, tra gennaio e febbraio 2019, evidenziano una diminuzione degli occupati permanenti e a termine pari, rispettivamente, a 33 mila e 11 mila unità. Inoltre, nell’intervallo di un anno, a febbraio 2019 sono risultati persi 65 mila occupati permanenti. «I numeri, quindi, a quasi un anno di distanza dall’avvio della riforma, confermano che è fallito l’obiettivo di incrementare l’occupazione stabile e si nota, anzi, una preoccupante tendenza a rilanciare forme di lavoro irregolare».
Secondo Paolo Zangrillo, infine, il legislatore dovrebbe «creare i presupposti per coltivare la fiducia delle imprese, creando strumenti utili a fare incontrare offerta e domanda». Tra le soluzioni proposte da Zangrillo ripartire dal rapporto tra scuola e lavoro e ripensare ai modelli educativi e formativi dei giovani.

I dati del rapporto
Nello studio “Decreto dignità: come ha reagito il mercato del lavoro?”, presentato dallo studio Piper, vengono riportate le sintesi dell’Osservatorio della regione Veneto realizzate analizzando i dati Inps, del ministero del Lavoro, dell’Istat e di Assolavoro, l’associazione nazionale delle agenzie per il lavoro. I risultati hanno evidenziato come a seguito dell’introduzione della legge, il lavoro a tempo indeterminato sia stabile o in calo, quello a tempo determinato o in somministrazione ha fatto registrare un calo rilevante, mentre è cresciuto fortemente il lavoro autonomo. Questo ha portato alle conclusioni che gli obiettivi del Decreto dignità non sono stati raggiunti, mentre la qualità del mercato del lavoro è peggiorata.

La difesa del provvedimento
A difendere la misura introdotta dal governo è stato il sottosegretario Durigon che ha aperto alla possibilità di pensare a interventi mirati per risolvere le criticità: «Il Decreto Dignità – ha spiegato – è nato in opposizione agli effetti del jobs act. Se si registrano troppe rigidità sulla parte delle causali, si può pensare di fare un ragionamento importante creando un tavolo apposito per rendere più veloce questa attività. Si può pensare anche a un decreto ad hoc per migliorare alcuni aspetti. Bisogna capire come trovare soluzioni, rispettando però la finalità originale della 96/2018 che era aumentare il lavoro stabile rispetto a quello a tempo determinato».

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