Decreto dignità, i contratti a termine “spaventano” gli imprenditori

Le misure previste dovrebbero incentivare i contratti a tempo indeterminato ma c'è il rischio concreto che, anziché al precariato, si metta un freno all'occupazione

imprese

Una nuova disciplina dei contratti a termine, che porti a considerarli un’eccezione e non la norma. Più stringente, per evitare gli abusi del passato e, al tempo stesso, per cercare d’incentivare il lavoro a tempo indeterminato. È questo uno dei tanti nodi critici che la crisi occupazionale ha sollevato e a cui oggi tenta di trovare soluzione, tra le altre cose, il cosiddetto “decreto dignità” (d.l. 87/2018), ufficialmente in vigore dall’1 novembre, dopo la conversione in legge (n.96/2018) da parte del Parlamento. Ma non è detto che, all’atto pratico, i risultati corrispondano ai piani. Gli imprenditori sono disorientati e, in parte, spaventati dalle nuove norme. Per questo ci sono intere categorie di lavoratori che hanno vissuto per tanto tempo di questa formula contrattuale e che, ora, tremano. Una miccia accesa soprattutto nel terziario, dove i contratti “a scadenza” sono quasi pane quotidiano.

Federsicurezza, organismo di rappresentanza dei datori di lavoro del settore Vigilanza e Sicurezza Privata – una delle principali associazioni di categoria che gravita in quest’orbita – ha perciò voluto fare chiarezza sui punti più dibattuti delle nuove regole del gioco e su come impatteranno sui dipendenti, organizzando – assieme a Confcommercio Roma e all’associazione Più Servizi – un workshop dal titolo emblematico: “decreto dignità: quali prospettive per il contratto a termine?”. Il rischio maggiore, secondo il sindacato degli imprenditori del comparto servizi, è che la legge renda ulteriormente rigido un mercato del lavoro che ancora vive di alti e bassi: «Dare un giudizio a tre mesi dalla firma del decreto sarebbe imprudente – sostiene Renato Borghi, vice presidente Confcommercio – ma è un provvedimento quantomeno prematuro, in un momento in cui la ripresa è debole».

Ma quali sono le incognite derivanti dal “decreto dignità”?
Tre i punti principali sotto osservazione:

  • La riduzione della durata massima del contratto da 36 a 24 mesi
  • Un taglio sul numero di proroghe possibili, che passano da 5 a 4
  • L’obbligo di causale che giustifichi l’apposizione del termine allo scadere dei primi 12 mesi di contratto, non previsto in precedenza (ma che continua a non essere obbligatoria per le attività stagionali).

I timori dei datori di lavoro si concentrano soprattutto su quest’ultimo aspetto. Nonostante, negli anni, abbiano imparato a individuare causali “digeribili” dai giudici del lavoro qualora fossero sorti problemi dopo la fine del rapporto di lavoro, le aule dei tribunali si sono continuate a ingolfare. Con le nuove norme sarebbe anche peggio (“Quali causali verranno considerate legittime dai giudici?” È la domanda che si fanno). Anche perché la contrattazione collettiva non riesce ancora a trovare fattispecie in grado di accomunare le varie categorie, irrigidendo ulteriormente il sistema. Per non parlare dei quattro regimi normativi previsti dal “decreto dignità” per disciplinare i diversi contratti stipulati mentre, tra luglio e ottobre, l’iter legislativo modificava i contenuti del documento.

La conseguenza più probabile di un tale confusione?
La maggior parte dei contratti siglati sotto il nuovo regime potrebbero non superare i 12 mesi, quando cioè interviene l’obbligo di causale, alimentando un turnover estremo (con nuovi assunti a termine) anziché la conversione in indeterminati dei contratti a termine già stipulati. Oppure verrebbero direttamente ridotte all’osso le assunzioni a temporanee (o comunque verrebbero limitate all’anno di durata).

I primi dati ufficiali avvalorano questa tesi: secondo l’Osservatorio sul Precariato del’Inps, ad agosto 2018 (nel primo mese di operatività del decreto) le assunzioni a termine sono state circa 166 mila (quasi 24 mila unità in meno rispetto allo stesso periodo del 2017); discorso simile per le assunzioni in somministrazione (62 mila ad agosto 2018, 16 mila in meno rispetto al 2017); in totale sono andati persi attorno ai 40 mila contratti a tempo determinato. Numeri negativi in parte attenuati dai contratti a tempo indeterminato, che tra conversioni e nuove stipule a fine estate hanno già abbondantemente superato quelle dell’intero 2017. Ma se il disegno del legislatore era di normare il contratto a termine (e non di eliminarlo), la sensazione è che la missione (almeno nella fase sperimentale) sia fallita.

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