Deliveroo, i rider inglesi sono lavoratori autonomi. E in Italia?

L’High Court of Justice ha stabilito che non hanno diritto alla contrattazione collettiva, mentre da noi i tavoli di contrattazione tra aziende e sindacati sono fermi al palo

Deliveroo

Mentre in Italia i tavoli di contrattazione tra aziende e sindacati sono fermi al palo (della questione si è interessato Luigi Di Maio in persona), in Inghilterra arriva una sentenza che sta facendo il giro del mondo: l’High Court of Justice ha stabilito che i rider di Deliveroo non hanno diritto alla contrattazione collettiva. Traduzione: vanno considerati lavoratori autonomi. Il verdetto dell’High Court ha confermato quello che aveva già deciso il Central Arbitration Committee (CAC) lo scorso novembre. Resta con un pugno di mosche in mano l’Independent Workers Union of Great Britain che stava tentando di ribaltare il verdetto. L’High Court of Justice, infatti, ha ribadito, sulla base della normativa europea in materia di diritti umani, che i rider sono lavoratori autonomi, slegati da ogni rapporto di lavoro subordinato con Deliveroo. «Una sentenza che fornisce importanti indicazioni su ciò che costituisce un rapporto di lavoro nell’ambito del diritto europeo, presa in perfetta coerenza con precedenti decisioni adottate in tutta Europa, a cominciare dalla Francia e dai Paesi Bassi», dicono dal quartiere generale di Deliveroo sperando che la decisione del Regno Unito possa contagiare l’Italia e altre nazioni del vecchio continente. Del resto, la mappa è ancora variegata in Europa. In Germania, per esempio, i rider sono assunti con contratti subordinati flessibili dalle realtà della gig economy, che in italiano si può tradurre con un triste economia dei lavoretti… 

Reazioni
Così il segretario generale dei lavoratori dipendenti inglesi, Jason Moyer-Lee: «Il verdetto è terribile, non solo per il basso reddito dei rider, ma anche in termini di comprensione dei diritti umani I rider di Deliveroo dovrebbero avere i diritti fondamentali dei lavoratori, ma anche la possibilità di essere rappresentati dai sindacati per negoziare salari e altro». La sentenza è stata appresa con soddisfazione da Deliveroo perché «conferma lo status di lavoratore autonomo dei rider, riconoscendogli la flessibilità richiesta – si legge nel comunicato ufficiale – Oltre ad averlo ribadito nel contesto normativo del Regno Unito, la Corte ha attentamente esaminato la vicenda anche nell’ottica del diritto comunitario e ha concluso che i rider sono lavoratori autonomi. Si tratta di una vittoria per i rider che hanno sempre affermato che la flessibilità di scegliere dove e quando lavorare, principio di base del lavoro autonomo, è la ragione principale per cui scelgono di collaborare con Deliveroo. Continueremo ad impegnarci per garantire ai rider sempre più sicurezza e a collaborare con le istituzioni affinché si superi l’equilibrio importo dalla normativa tra sicurezza e flessibilità, in modo da garantire ai rider maggiore sicurezza e maggiore flessibilità». 

Tema caldissimo
In Italia i rider si stanno organizzando anche attraverso le “Riders Union”, associazioni spontanee sparse in varie città della Penisola (la più importante si trova a Bologna). Cosa chiedono? «Il riconoscimento di tutti i diritti: fine del cottimo, paga oraria dignitosa, assicurazione INAIL, contributi previdenziali, monte orario garantito, libertà sindacali, indennità per lavoro festivo, notturno o svolto sotto la pioggia», si legge in uno degli ultimi post pubblicati sulla pagina Facebook. Deliverance Milano, proprio ieri, ha pubblicato il decalogo dei rider. Al punto quattro si legge testualmente: «Ogni lavoratore delle piattaforme digitali non è autonomo ma in dipendenza». La questione è tornata prepotentemente d’attualità perché la sera del 1° dicembre, vicino Bari, un ragazzo di 19 anni è morto in seguito all’impatto tra il suo scooter con cui consegnava le pizze e una macchina.

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