Diabete, un nuovo farmaco riduce ictus e infarti. Ma non è in commercio

La ricerca, che ha coinvolto 9.463 pazienti di 28 paesi diversi, è stata condotta da un team italiano in collaborazione con uno scozzese. Il professor Stefano Del Prato, che ha coordinato l'equipe, racconta a Momento Italia, lo studio e le sue prospettive

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In Italia si registrano ogni anno 50 mila ictus (uno ogni 10 minuti) e 75 mila infarti (uno ogni 7 minuti) su un bacino di circa 4 milioni di diabetici. Per i pazienti con diabete di tipo 2, infatti, il rischio di gravi malattie cardiovascolari è quasi il doppio rispetto alle persone non affette da questa patologia. Il team composto dal professor Stefano Del Prato, del dipartimento di medicina Clinica e sperimentale dell’Università di Pisa, e dal professor John McMurray, del British heart Foundation cardiovascular research centre dell’Università di Glasgow,  ha realizzato uno studio su un nuovo farmaco capace di ridurre del 22 per cento il rischio di infarto del miocardio, di ictus o mortalità cardiovascolare nei pazienti affetti da diabete di tipo 2 con pregressa malattia cardiovascolare.

Professor Del Prato di cosa tratta nello specifico la vostra ricerca?
«Abbiamo coordinato uno studio per verificare gli effetti di un farmaco sviluppato dall’azienda GSK sul rischio cardiovascolare delle persone affette da diabete mellito tipo 2. Le malattie cardiovascolari sono uno dei principali rischi per queste persone che, rispetto a quelle senza diabete, hanno un rischio di infarto cardiaco, di ictus e di mortalità per eventi cardiovascolari almeno doppio. Il farmaco oggetto dello studio non è stato “scoperto” da noi che invece abbiamo avuto il compito di coordinare dal punto di vista scientifico lo studio. Il farmaco, albiglutide, è della classe degli agonisti del recettore del GLP1 che viene somministrato una volta alla settimana. Il GLP1 è un ormone normalmente prodotto da cellule dell’intestino con l’assunzione di un pasto che migliora la capacità del pancreas a produrre insulina. Nella persona con diabete questo ormone è prodotto di meno e in modo meno efficace. Quindi sono stati sviluppati farmaci in grado di “ripristinare” le azioni del GLP1. Questi farmaci (gli agonisti del recettore del GLP1) sono correntemente utilizzati per il trattamento del diabete tipo 2. Lo studio ha voluto verificare non tanto quanto il farmaco migliorasse la glicemia ma quanto invece fosse sicuro in soggetti ad elevato rischio di eventi cardiovascolari. A tal fine lo studio ha reclutato circa 9500 persone con diabete tipo 2 che in passato avevano già avuto un evento cardiovascolare, reclutati in 610 centri medici di 28 Paesi. A metà di queste persone, al trattamento già in atto è stata aggiunta albiglutide mentre l’altra metà riceveva un placebo somministrato con le stesse procedure del farmaco attivo. Questi pazienti sono stati seguiti per un tempo medio di circa un anno e mezzo nel corso del quale infarto cardiaco, ictus o mortalità per malattia cardiovascolare sono occorsi in misura nettamente minore nei soggetti trattati con albiglutide con una riduzione del rischio complessivo del 22 per cento con una netta evidenza della riduzione, in particolare, del rischio di infarto del miocardio (-25 per cento). Questo effetto positivo si associava a un miglioramento del controllo delle glicemie con un rischio molto più basso di ipoglicemie (bassi valori di zucchero nel sangue) e una modesta riduzione del peso corporeo».

Può essere considerata una svolta nella lotta contro suddetta patologia, quando sarà disponibile il farmaco nel mercato?
«La complicanza cardiovascolare è una delle più frequenti e più temibili per le persone con diabete tipo 2 e, ovviamente, identificare armi terapeutiche utili a ridurre questo rischio può avere un impatto estremamente importante. I risultati del nostro studio evidenziano come, in soggetti con diabete tipo 2 e malattia cardiovascolare, albiglutide riduca in modo significativo il rischio di un nuovo evento cardiovascolare pur nell’arco di un tempo piuttosto breve (circa 1,5 anni). Purtroppo il farmaco, pur così efficace, non è e non sarà disponibile. L’azienda produttrice ha infatti annunciato già nel luglio 2017 di non commercializzarlo più per ragioni di ordine strategico industriale (in una nota ufficiale la GSK aveva specificato che il ritiro sarebbe stato solo per motivi commerciali e non correlato a efficacia o sicurezza del medicinale, ndr). All’azienda che ha sponsorizzato lo studio va però dato atto di avere continuato a offrire tutto il supporto necessario per completare e, anzi, allungare, lo studio al fine di raggiungere un dato solido. Questo è importante perché anche se il farmaco specifico non è disponibile, le informazioni ottenute vanno a fortificare e completare quanto osservato con farmaci della stessa classe creando quella conoscenza e consapevolezza necessaria per il trattamento del diabete di tipo 2 sempre più basato sulla evidenza. Infine, va ricordato che l’azienda produttrice, GSK, ha pubblicamente annunciato la disponibilità a prendere in considerazione richieste provenienti da altre industrie con sufficiente competenza nel campo per poter cedere la molecola e renderla disponibile alle persone con diabete».

Il diabete registra ritmi di crescita enormi in tutto il mondo. A cosa è dovuto questo incremento smisurato?
«Attualmente le persone con diabete a livello mondiale sono circa 450 milioni con una previsione di 650 milioni entro il 2040. I motivi sono tanti. Noi abbiamo un patrimonio genetico che si è sviluppato nell’arco di milioni di anni. Nel corso di questi tempi il nostro organismo si è sviluppato selezionando geni che permettessero di affrontare periodi altalenanti di disponibilità di cibo e carestie. Solo chi era in grado di immagazzinare energia nel momento di disponibilità poteva sopravvivere e riprodursi nei momenti di carestia. Ma ora che viviamo nell’abbondanza e con un dispendio energetico minimo, quanto ci ha protetto per secoli si sta traducendo in un rischio. Inoltre, l’ambiente è cambiato nel corso degli ultimi 50-60 anni ad una velocità che non ha precedenti nella storia dell’uomo. Il risultato? Più obesità, più diabete, più malattia cardiovascolare».