Donne, nei centri anti violenza si punta sulla formazione

Lo riporta la prima indagine Istat condotta sui centri che svolgono attività di sostegno per le donne maltrattate e i loro figli

donne

Puntare sulla formazione. È questa la strada intrapresa dalla maggior parte dei Centri antiviolenza (Cav), come testimonia la prima indagine Istat, condotta su 281 centri che svolgono attività di sostegno delle donne maltrattate e dei loro figli, in collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità (Dpo), il Cnr e le Regioni. Un dato importante se si considera che, per gli italiani come evidenziato da un sondaggio Swg, il fenomeno della violenza contro le donne si combatte partendo dall’insegnamento del rispetto sin da giovani.

Le tematiche dei corsi
Durante i corsi di formazione svolti dai Cav, gli argomenti più trattati sono stati la Convenzione di Istanbul (sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, presente nell’81,2 per cento dei centri), i diritti umani delle donne (nel 64 per cento), l’accoglienza delle donne migranti (51,3 per cento). Soltanto il 15,2 per cento dei centri, infine, ha trattato il tema  dell’accoglienza delle donne con disabilità. Inoltre, più del 75 per cento dei Centri dichiara di aver formato il proprio personale affinché sia in grado di  affrontare i differenti tipi di violenza previsti dalla Convenzione di Istanbul, come le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati o i matrimoni precoci. Per quanto concerne i numeri, nel 2017 sono stati svolti 872 corsi, circa 4,5 per ogni centro per una media di 74,8 ore l’anno. È il nord est ad emergere per numero di lezioni e ore di formazione.

Lezioni affidate a vari professionisti
A tenere i vari corsi sono stati sia operatori e personale degli stessi centri anti violenza (86,8 per cento dei casi), quanto professionisti provenienti dall’esterno (78,7 per cento dei casi). Le figure più impegnate nella formazione sono state soprattutto psicologhe (69 per cento), seguite da avvocati (63,5 per cento) e operatrici (61,9 per cento). Infine, nel caso di personale esterno, sono state maggiormente coinvolte esperte di violenza di genere e di diritti umani (43,7 per cento), psicologi (39,6 per cento), avvocati (29,4 per cento), operatrici (19,4 per cento) e magistrati (19,3 per cento).