Economia circolare, la seconda vita degli smartphone ricondizionati

Il mercato, secondo i numeri di Counterpoint Technology, conta circa il 10 per cento dei telefoni venduti per un valore di 17 miliardi di dollari e di 120 milioni di apparecchi rigenerati a livello globale

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Umberto Eco la chiamava “bulimia senza scopo”, mentre nel gergo tecnico viene definita come obsolescenza percepita. L’esempio più comune per spiegare questo fenomeno, è quando un nuovo smartphone ci dà molto poco rispetto al vecchio, ma quest’ultimo diventa obsoleto dal momento in cui si viene attratti dal desiderio del ricambio. Il modello vecchio diventa un oggetto d’antiquariato e di conseguenza il suo valore scende in picchiata, magari, nel giro di pochi mesi dal suo lancio sul mercato. Negli anni si è creato un vertical parallelo dove le big del mondo della tecnologia sono riuscite a coadiuvare discreti introiti al riciclo dei prodotti. Questo mercato parallelo non è nient’altro che quello dei ricondizionati.

Ricondizionare per non inquinare
Seguendo il modello virtuoso dell’economia circolare, gli smartphone ricondizionati (assieme a tablet e laptop, anche se con meno successo) di Apple, Samsung, Huawei, OnePlus e Xiaomi sono modelli usati che vengono rigenerati, resettati e dotati molto spesso di una nuova batteria (in alternativa vengono segnalati i cicli di ricarica) per poi essere venduti a un prezzo competitivo e decisamente inferiore a quello dei top di gamma.

Il mercato, secondo i numeri di Counterpoint Technology, conta circa il 10 per cento dei telefoni venduti per un valore di 17 miliardi di dollari e di 120 milioni di apparecchi rigenerati a livello globale. Senza contare che il business del ricondizionato porta con sé anche un principio nobile, ovvero quello di limitare lo spreco e arginare un problema serio come quello della produzione dei RAEE. I cosiddetti rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici, infatti, sono una spada di Damocle che pende sopra la testa di consumatori e case produttrici: l’Unione Europea ha calcolato che nel 2020 nel Vecchio continente ci saranno 12 milioni di tonnellate di cellulari, computer, tablet, frigoriferi, lavatrici, da smaltire.

Di questa mole spaventosa di rifiuti la percentuale maggiore sarà proprio quella di telefonini, tablet e pc, mentre nelle abitazione degli italiani, nel frattempo, sono già saliti ad almeno 120 milioni gli smartphone che fanno la polvere, ormai inutilizzati.

Vite a tempo
Un potenziale nascosto, quello degli apparecchi ricondizionati, che tuttavia non finisce qui. I cellulari rigenerati, infatti, possono risolvere un ulteriore problema frutto del progresso tecnologico. Quello dell’obsolescenza programmata di apparecchi e, soprattutto, di software; in altre parole, gli iPhone o i Galaxy potranno godere di nuova vita, altrimenti limitata da questa strategia volta a controllare il ciclo vitale e la durata di un prodotto per un periodo ben calcolato.

Non più utopia, quindi, ma uovo di Colombo. E se negli States gli smartphone si posso acquistare letteralmente per strada, il mercato dei ricondizionati ha trovato solo recentemente una risposta positiva anche nel Belpaese dove, oltre ai classici e-commerce store certificati, si è creato uno spazio per dei portali specializzati nel recupero e nel ripristino dei device inutilizzati o parzialmente usati. I siti riCompro, Smartgeneration e Iphoneme su tutti, sono la prova tangibile di un’espansione economica di tale mercato, per un giro d’affari che adesso è di circa 9 milioni di euro.

 

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