Economia, Pechino chiama Trieste: la Via della Seta cambia rotta

Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità portuale: «Ci stiamo lavorando da tre anni». I cinesi sono attratti dall’area del porto franco, un patrimonio unico nel panorama europeo

Trieste
Samer Molo V Credits ©fabriziogiraldi per gentile concessione dell'Autorità portuale di Trieste

Uno scalo in espansione, infrastrutture efficienti, collegamenti con i mercati del nord Europa: sembra essere un abbraccio non più rinviabile quello fra l’economia cinese e il porto di Trieste. Sfruttare le potenzialità dello scalo giuliano e di tutta la portualità dell’Alto Adriatico per far arrivare in Europa gli enormi flussi commerciali provenienti dall’oriente è stato uno degli argomenti principali della recente missione del governo italiano in Cina ma, spiega Francesco Russo, vicepresidente del Consiglio regionale e ambasciatore per la Regione Fvg dell’Istituto per la cultura cinese «i contatti sono in corso già da qualche anno: i cinesi sanno che passare da Suez e arrivare a Trieste fa risparmiare 5 giorni di navigazione, e sono attratti dalla qualità delle infrastrutture e degli asset ferroviari che portano al centro e nord Europa».

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TMT terminal contenitori. Credits ©fabriziogiraldi per gentile concessione dell’Autorità portuale di Trieste

Partita aperta
«Ci stiamo lavorando dal 2015 – ha aggiunto Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità portuale di Trieste -. Gli incontri si sono intensificati, Trieste sta diventando importante a livello globale, così come tutti i porti dell’Adriatico». Un ulteriore elemento di attrazione per gli operatori cinesi, è poi l’area del porto franco, un patrimonio unico nel panorama europeo con grandi opportunità. Le premesse per far passare da Trieste la nuova “Via della Seta” sembrano dunque esserci tutte ma si tratta di una partita ancora da giocare e senza attendere oltre. Trieste non è l’unica opzione per i cinesi: Pechino attualmente controlla già il porto del Pireo e ci sono progetti per la realizzazione di linee ferroviarie attraverso i Balcani verso il centro Europa. Una sorta di “piano B” che, però, richiederebbe anni mentre il capoluogo giuliano potrebbe diventare già oggi il terminal dell’economia cinese in Europa.

Zeno D'Agostino
Zeno D’Agostino, presidente dell’Autorità portuale di Trieste. Credits ©Giuliano Koren per gentile concessione dell’Autorità portuale di Trieste

Punti di domanda e fiducia
Non mancano i timori legati all’ingresso degli investitori cinesi a Trieste: il primo riguarda proprio il precedente del Pireo, scalo comprato dai cinesi, con condizioni di lavoro ben al di sotto degli standard europei, ma si tratta di uno scenario che, ha detto il presidente dell’Autorità portuale, non potrà ripetersi nel capoluogo giuliano. «Il Pireo è stato comprato in un momento di estrema debolezza per la Grecia – spiega -. La nostra situazione è all’opposto: non c’è mai stato un momento migliore per il porto di Trieste, in due anni il traffico container è aumentato del 50 cento, stessa cosa per i treni; Trieste è appetibile perché può offrire uno scalo e una rete di infrastrutture efficienti. Gli operatori cinesi diventerebbero soci delle nuove attività, alla pari di altri soggetti, utilizzando un sistema complessivo fatto da scali marittimi, interporti, ferrovie e aree industriali, e l’Autorità tutelerà i lavoratori. Loro faranno i loro affari, ma sarà un vantaggio anche per noi, e grazie al punto franco parte degli investimenti finiranno anche in attività di retroporto». Dubbi però sono legati all’atteggiamento del governo nazionale: dopo l’annunciato passo indietro della Bce, Roma guarda alla finanza cinese per piazzare parte di 257 miliardi di euro di titoli di Stato e Trieste rischierebbe di diventare merce di scambio fra Roma e Pechino. «Non ho questo tipo di timori – rassicura però D’Agostino – con il sottosegretario dello Sviluppo economico Geraci i rapporti sono chiari e trasparenti, e stiamo fornendo tutti gli elementi perché la questione venga valutata al meglio».