Emicrania, patologia “rosa”. E le italiane sono le più colpite al mondo

Le donne ne soffrono tre volte più degli uomini, con una prevalenza di circa il 27 per cento nel periodo tra pubertà e menopausa. Ma pur essendo una malattia che ha un forte impatto sulla qualità della vita e che incide sui costi sociali e sanitari, è riconosciuta invalidante solo da Veneto e Lombardia

emicrania

Dodici persone su cento soffrono in tutto il mondo di emicrania, una patologia fortemente invalidante che condiziona la vita, lavorativa e non solo, di chi è costretto a fare ogni giorno i conti con forti dolori alla testa. E la maggioranza di queste dodici persone sono donne, colpite tre volte di più degli uomini.

È partendo da questi dati che l’Istituto superiore di sanità ha organizzato il convegno “Emicrania: una malattia di genere”, sia per fare il punto sulla situazione dei farmaci, sia per evidenziare l’anomalia “in rosa” di questa patologia, nonché per proporre strategie sanitarie adeguate alle esigenze di una platea di pazienti decisamente al femminile. «L’emicrania è una malattia spesso sottovalutata, che ha un forte impatto sulla qualità della vita e che incide inevitabilmente anche sui costi sociali e sanitari», spiega il dottor Matteo Marconi, responsabile scientifico dell’Iss. L’obiettivo della tavola rotonda è stato quindi duplice: promuovere e far conoscere le differenze di genere e le problematiche sociali relative all’emicrania e presentare i risultati del Libro bianco “Emicrania: una malattia di genere“, realizzato dal Centro medicina di Genere dell’Iss in collaborazione con il Cergas Sda Bocconi School of Management. Nel volume sono raccolti dati e risultati di uno studio che ha analiticamente esaminato la particolare incidenza dell’emicrania sulle donne e, nell’intento di coloro che lo hanno redatto, dovrebbe fornire indicazioni utili per scelte e campagne mediche appropriate da parte del Servizio Sanitario Nazionale. «L’emicrania ha una prevalenza di circa il 27 per cento nelle donne nel periodo compreso tra pubertà e menopausa, raggiungendo il massimo della sua prevalenza nella quarta e quinta decade di vita, quindi nel periodo di maggiore produttività lavorativa e sociale – evidenziano gli studi del Libro bianco sull’emicrania – Studi condotti sulla popolazione italiana hanno dimostrato percentuali superiori alle medie individuate a livello mondiale, e preoccupanti».

Sintomi e fasi del dolore
L’emicrania è particolarmente aggressiva per le donne e si manifesta con sintomi ben precisi e ricorrenti, messi in luce appunto dal volume. «L’emicrania può durare nel suo complesso fino a 5-6 giorni per ogni attacco, ed è un processo multifasico sequenziale che compare già 24 ore prima del dolore – affermano gli esperti -, con sintomi vaghi quali stanchezza, irritabilità, depressione, sbadiglio, particolare appetito per dolci (e tra questi il cioccolato), per poi sfociare nell’attacco vero e proprio che dura dalle 4 alle 72 ore».

Prevenire per curare
«In Italia più di un paziente su quattro presenta una frequenza di emicrania superiore ai 5 giorni al mese, unanimemente considerato valore soglia per l’adozione di una terapia preventiva. Ciononostante, questa viene adottata solo dall’1,6 per cento dei soggetti eleggibili – precisano ancora i medici dell’Iss -. I pazienti si sottopongono ad accertamenti diagnostici impropri o inutili (il 48,5 per cento), con costi considerevoli a carico del Ssn (80 per cento delle procedure eseguite impropriamente). Gli emicranici non sanno di potersi rivolgere ad uno specialista: solo il 52,6 per cento ne ha consultato uno nella propria vita, rivolgendosi nel 19,6 per cento dei casi a specialisti non idonei, e coloro che hanno pensato di sentire un parere specialistico si sono rivolti in media a 7 diversi specialisti».

Carenze di legge
«Purtroppo esiste ancora oggi un vuoto normativo per il quale le forme più severe di emicrania non sono contemplate nei Lea, livelli essenziali di assistenza, nonostante le pressioni e le evidenze fornite dalle società scientifiche e dalle associazioni di pazienti – hanno concluso gli esperti -. I benefici dell’invalidità sono riconosciuti per le forme più severe in due sole regioni, Lombardia e Veneto».

 

 

 

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