Epatite B, al via alleanza mondiale per trovare una cura

Restano ancora dei nodi da sciogliere: individuare e trattare i pazienti difficili da curare, realizzare una prevenzione efficace nei gruppi più a rischio, ampliare l'accesso agli screening (e alle terapie)

Dall’International Liver Congress 2019 l’annuncio di un’alleanza mondiale per trovare una cura per l’epatite B. La Ice-Hbv Global Scientific Strategy per curare l’infezione è stata presentata in contemporanea a Vienna e sulle pagine di “The Lancet Gastroenterology and Hepatology”, e secondo gli esperti è destinata a cambiare il futuro di questa malattia. «Curare l’Hbv non è un sogno impossibile – ha detto Su Wang, presidente eletto della World Hepatitis Alliance, medico ma anche paziente con epatite B – e non dovrebbe essere considerato come tale». «Per i 257 milioni di noi costretti a convivere con l’epatite B deve diventare una realtà riuscire a fermare sofferenze e morti – ha aggiunto – Siamo felici della Ice-Hbv Strategy, che riteniamo un prezioso segnale dell’impegno per far progredire la ricerca e la collaborazione necessarie a raggiungere l’obiettivo». L’annuncio dell’avvio di questo sforzo mondiale ha incassato anche il plauso dell’Organizzazione mondiale della sanità. Una notizia che accende «una rinnovata speranza e segnala un chiaro impegno per accelerare gli sforzi globali contro la malattia», sottolinea l’Oms.

I dati Oms
Sono sempre di più le persone che, in tutto il mondo, hanno accesso a terapie salvavita per le epatiti virali. Ma occorre «un investimento globale più ambizioso per  riuscire a raggiungere gli obiettivi di eliminazione entro il 2030». Il monito arriva dall’Organizzazione mondiale della sanità in occasione dell’International Liver Congress 2019, il meeting dell’Easl (Associazione europea per lo studio del fegato) in corso a Vienna. La risposta globale contro le epatiti «guadagna terreno», afferma l’Oms in un report, con un aumento dei Paesi impegnati in prevenzione, test di screening e trattamenti, ma «si trova ad affrontare importanti sfide, come la carenza di fondi» ad hoc.

Fra i segnali positivi, l’Agenzia sottolinea come le infezioni da epatite B nei bimbi sotto i 5 anni siano scese allo 0,8 per cento del 2017, contro l’1,3 per cento del 2016. E aumentano le vite salvate dai nuovi farmaci contro l’epatite C: 5 milioni di persone sono state trattate con gli antivirali ad azione diretta (Daa) a fine 2017. Anche le barriere legate al prezzo che ostacolavano l’accesso a questi farmaci sono state contrastate in modo ritenuto efficace: «Oggi i Paesi in via di sviluppo possono procurarsi una terapia pangenotipica anti-Hcv per l’equivalente di 89 dollari attraverso il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite», ricorda l’Oms.

Dei 194 Paesi che si sono impegnati nell’elimination strategy, poi, «124 hanno sviluppato o stanno sviluppando piani nazionali mirati» (dati a febbraio 2019), rileva ancora l’Organizzazione mondiale della sanità. Ma restano ancora dei nodi da sciogliere: individuare e trattare i pazienti difficili da curare, realizzare una prevenzione efficace nei gruppi più a rischio, ampliare l’accesso agli screening (e alle terapie). Insomma «i finanziamenti contro queste malattie restano una barriera chiave: solo il 58 per cento dei Paesi ha stanziato fondi ad hoc». Il rischio è quello di lasciare senza benzina la lotta globale alle epatiti. Mentre arrivare all’obiettivo dell’eliminazione entro il 2030 vorrebbe anche dire aver ridotto del 5 per cento i decessi e aumentato del 10 per cento gli anni di vita in salute, ricordano gli esperti dell’Oms. Il messaggio è chiaro: non abbassare la guardia e non ridurre i finanziamenti, per non rischiare di vanificare i progressi ottenuti contro le epatiti.

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