Erasmus, studenti e docenti italiani tra i più mobili per lo studio all’estero

Il programma di studi supera i 30 anni ed amplia il raggio di intervento per la mobilità didattica in Europa, con gli insegnanti che oggi possono sperimentare il lavoro in altre scuole dell’Ue

Erasmus

Italia leader per numero di studenti universitari che partecipano ad Eramsus, ma non solo: il nostro paese è anche ai primi posti in Europa per quanto concerne la mobilità dei docenti che, attraverso i fondi del medesimo programma europeo nato nel 1987 per favorire gli interscambi culturali nel Vecchio continente, decidono di provare cosa significhi lavorare in un istituto superiore della Germania, della Francia, della Spagna o di un altro stato dell’Ue.
Da quando nel 2014 Erasmus ha cambiato denominazione diventando Erasmus + ed ha ampliato il proprio raggio d’azione consentendo anche il finanziamento di esperienze lavorative all’estero per i docenti delle scuole superiori, studenti ed insegnanti italiani hanno colto rapidamente le nuove opportunità di mobilità didattica e si sono piazzati in cima alla classifica relativa al numero di persone che si sono recate a studiare e lavorare in un’altra nazione d’Europa. Il bilancio di Erasmus + 2018, illustrato di recente dall’Indire (Istituto nazionale documentazione innovazione ricerca educativa, agenzia del Miur), parla chiaro: 3.870 sono stati i docenti partiti dall’Italia con varie destinazioni, i quali hanno fatto compagnia ai circa 36.000 studenti universitari frequentanti corsi in altri atenei europei.

Insegnanti italiani nelle scuole d’Europa con Erasmus
L’opportunità di scoprire e comprendere come si lavora fuori dei nostri confini alletta sempre più il personale della scuola italiana: nel 2018 sono state 3.870 le persone che con vari ruoli negli istituti del nostro paese, ossia docenti, dirigenti e personale amministrativo, hanno chiesto di lavorare in altre scuole d’Europa. Un numero in crescita rispetto al 2017 (+24 per cento) che, attraverso i fondi messi a disposizione da Erasmus + (pari a 7.310.885 euro, +27,6 per cento rispetto al budget 2017), ha consentito ai nostri docenti di vivere un’esperienza di mobilità europea sotto varie forme: incarichi di insegnamento, corsi di formazione, job shadowing (attività di osservazione sul campo).
Il personale scolastico italiano più dinamico ed interessato ad andare in un istituto europeo proviene, nell’ordine, da Emilia-Romagna, Sicilia e Puglia. Il 78 per cento di questo personale è composto da docenti e staff delle scuole superiori, mentre gli insegnanti delle medie e delle elementari costituiscono il 19 per cento.
Ma quali sono i paesi preferiti dagli insegnanti italiani che aderiscono al programma Erasmus +? Oltre il 26 per cento sceglie di andare nel Regno Unito e, a seguire, Irlanda, Finlandia, Spagna e Francia.

Erasmus, gli universitari italiani primi in Europa
L’Europa piace ed attrae storicamente gli universitari italiani, che nel 2018 si attestano al primo posto nella classifica degli atenei dai quali sono partiti il maggior numero di giovani: lo scorso anno l’università di Bologna “Mater Studiorum” con 2.787 studenti è risultata la prima per partenze, seguita dalle università di Granada (1.948 studenti) e Madrid (1.912 studenti). Nelle successive posizioni abbiamo invece un blocco completamente tricolore rappresentato dalle università di Padova (1.866 studenti), Roma “La Sapienza” (1.782 studenti) e Torino (1.412 studenti).  

Chi è lo studente italiano Erasmus?
Le donne (59 per cento) superano gli uomini nella scelta di studiare all’estero, un dato che sale sensibilmente quando lo scopo del viaggio è uno stage in un’azienda: in questo caso il gentil sesso è ancora leader, ma con la schiacciante percentuale del 63 per cento. Dal punto di vista anagrafico l’età media degli studenti italiani Erasmus è di 23 anni, mentre le mete più gettonate sono state nel biennio 2017-2018, in ordine di preferenza, Spagna (10.869 partenze), Francia (4.290 partenze), Germania (4.078 partenze), Regno Unito (3.216 partenze) e Portogallo (2.058 partenze), paesi nei quali gli universitari italiani si fermano per un periodo medio di 6 mesi, valore che si riduce a 3 mesi e mezzo in caso di permanenza per un tirocinio lavorativo.