Conte: ‘Forte intesa con Macron, la risposta Ue sia ambiziosa’

evasione fiscale

“Con Macron si dall’inizio di questo percorso, a partire dalla lettera dei nove, ci siamo trovati fianco a fianco. Quella di stasera è stata un’occasione di scambiarci i punti di vista, esaminare lo stato dell’arte e anche per affinare le previsioni e le strategie per domani”. Lo dice il premier Giuseppe Conte al termine dell’incontro con il presidente francese Emmanuel Macron a Bruxelles alla vigilia del Consiglio europeo straordinario su Recovery fund e Bilancio pluriennale. “Non è partita contabile la posta in gioco è l’Europa, non solo una pronta ripresa ma la leadership e la competitività dell’Unione europea nel mondo globale. Abbiamo la chiarezza e condividiamo la necessità che tutto sia finalizzato al più presto. È complicato perché siamo in 27”. “È una richiesta non in linea con le regole europee”. Così il premier Giuseppe Conte ha risposto, a Bruxelles, a una domanda sulla richiesta olandese di approvare all’unanimità le regole europee. Il premier su facebook ha poi scritto: “con Macron in vista del Consiglio europeo c’è una forte intesa per raggiungere con rapidità un accordo sulla risposta comune alla crisi del COVID19. Una risposta ambiziosa, responsabile e solidale per ricostruire le nostre economie e rafforzare il progetto europeo”.

CONTE INCONTRA MACRON

“Siamo al rush finale, affiliamo le armi”, scherza il premier Giuseppe Conte prima di incontrare in serata Emmanuel Macron descrivendo praticamente alla lettera l’umore dei suoi 27 colleghi: l’Olanda e i frugali irremovibili sulla riduzione dei 750 miliardi del Recovery fund, il Sud determinato a difenderli, i Visegrad ad accaparrarsene una fetta maggiore. Come se non fosse già complicata la battaglia sulle cifre, a togliere speranze alla possibilità di un rapido accordo se ne aggiungono almeno altre due: quella sulla cosiddetta ‘governance’, cioè chi approverà i piani di rilancio preparati dai Paesi, e quella sulla condizionalità legata allo stato di diritto, cioè i fondi li avrà solo chi rispetta leggi e valori europei. L’Olanda ha già minacciato barricate sulla prima, perché vuole voce in capitolo sui programmi di rilancio di ciascuno, e Ungheria e Polonia minacciano il veto sulla seconda, perché hanno in corso procedure proprio per il mancato rispetto dello stato di diritto. Paradossalmente, il negoziato sui numeri del Recovery e del prossimo bilancio pluriennale sembra al momento il più semplice. Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, che tornerà a fare gli onori di casa e guiderà la riunione che ha un orario d’inizio ma non quello di fine, ha proposto di mantenere intatti i 500 miliardi di sovvenzioni e i 250 di prestiti proposti dalla Commissione. L’Italia, con Spagna, Portogallo, Francia e altri, difenderà le cifre il più possibile, soprattutto quelle dei trasferimenti a fondo perduto. L’obiettivo per Roma è portare a casa quasi per intero quegli 81,8 miliardi di sussidi che le ha assegnato la von der Leyen, e se durante il negoziato fosse costretta a cedere qualcosa, certamente cederebbe sul fronte di alcuni singoli programmi (come il Just Transition o gli aiuti umanitari) ma non sulla parte riservata ai piani di rilancio, cioè la Recovery and resilience Facility. Nemici su questo fronte sono i frugali, cioè Olanda, Danimarca, Svezia e Austria, che vogliono invece vedere ridotta soprattutto quella parte. Ma l’ostacolo maggiore, su cui l’Italia non è disposta a cedere nulla, è quello della governance. La Commissione aveva proposto di approvare lei stessa i piani di rilancio e gli esborsi delle diverse tranche di sovvenzioni. Michel, accogliendo una proposta tedesca, ha invece spostato l’onere – e quindi il controllo sui piani nazionali – sul Consiglio, che li deve approvare a maggioranza qualificata. All’Olanda non basta: chiede l’unanimità, perché vuole avere possibilità di veto su quelli che considera soldi di tutti, visto che vengono da un debito comune. Nonostante sia isolata sulla richiesta, si siederà al tavolo senza accennare a cedimenti. Ma il premier Mark Rutte ha anche un’altra battaglia che gli sta a cuore, e che quindi lo rende debole nel negoziato: difendere e possibilmente aumentare il suo ‘rebate’, cioè lo sconto sul bilancio che gli altri considerano invece un meccanismo obsoleto.