Eutanasia, Cappato: «Due persone al giorno mi dicono “aiutami a morire”»

Intervista al Ieader dell'Associazione Luca Coscioni e promotore della campagna EutanaSia Legale per vivere liberi fino alla fine

eutanasia
Marco Cappato

Il monito recentemente lanciato dalla Consulta al Parlamento è un messaggio inequivocabile: l’Italia ha bisogno di nuove regole sul fine vita. Il caso dj Fabo e prima ancora quelli di Welby ed Englaro – presi in giudizio dalla Corte – dimostrano come un vuoto normativo in un tema così delicato non possa più essere ammesso. Una svolta storica quindi che porta la firma in calce del leader dell’associazione Luca Coscioni, Marco Cappato. Noto per le numerose battaglie in materia di fine vita, l’esponente dei Radicali racconta a Momento Italia le ultime vicende che lo hanno visto chiamato in causa personalmente, del suo rapporto con i malati terminali e di cosa ha bisogno l’Italia per stare al passo con i tempi nel campo del biodiritto.

Cosa ne pensa della decisione della Consulta di sospendere il proprio giudizio per consentire al Parlamento di legiferare in modo appropriato sul fine vita?
»La Corte costituzionale ha riconosciuto – e vedremo in che termini quando usciranno le motivazioni – il vuoto di tutela per i malati terminali che vorrebbero essere aiutati a porre fine a una condizione di sofferenza insopportabile. La Corte ha anche giustamente offerto al Parlamento la possibilità di intervenire, riservandosi di farlo di nuovo a settembre 2019 nel caso in cui i partiti dovessero continuare a tenere tutto bloccato».

Per quali motivi ha scelto di aiutare dj Fabo a morire?
«L’ho considerato un mio dovere, di fronte a una situazione di agonia e a una richiesta lucida e molto determinata. Fabiano si è rifiutato di agire clandestinamente, ha voluto pensare ai diritti di tutti e ha voluto rendere evidente il problema. Per questo mi sono autodenunciato: per raccogliere la sua sfida e provare a cambiare le regole».

Pensa sempre di aver fatto la cosa giusta?
«Sì».

Quanti le chiedono di essere aiutati a morire?
«Due persone al giorno, in media. La maggior parte avrebbero in realtà bisogno di essere aiutate a vivere, attraverso una migliore assistenza, soprattutto sul piano psichico. Ma contattano me perché hanno paura dello Stato, della punizione che potrebbe cadere sui loro amici e parenti. Quella paura è proprio ciò che dobbiamo sconfiggere con la legalizzazione dell’eutanasia, contro l’eutanasia clandestina».

Precedenti come Welby ed Englaro evidenziano come l’Italia fatichi ad accettare le pratiche moderne di fine vita. Per quale ragione?
«I cittadini italiani sono pronti da tempo. Sono i partiti a non essere pronti, perché discutere di questi temi rischia di spaccarli al proprio interno, di mettere in crisi le coalizioni. E invece, basterebbe che capi, capitani e caporali della politica italiana facessero un passo indietro e lasciassero che i loro parlamentari discutessero, ragionassero e decidessero».

Lei è diventato un simbolo in questi anni ma come e perché è iniziata la sua disobbedienza civile?
«Ho vissuto per 25 anni a fianco di Marco Pannella, che ha dato l’esempio di come, quando hai a cuore una cosa, sia necessario mettersi in gioco per ottenerla. Da tre anni aspettavamo che il Parlamento discutesse la nostra proposta di legge di iniziativa popolare eutanaSIAlegale.it. Ci siamo resi conto che non si sarebbero mai mossi senza una spinta. Così, con Mina Welby e Gustavo Fraticelli, abbiamo deciso di svegliarli con la nonviolenza, e di aiutare pubblicamente, alla luce del sole, chi si rivolgeva a noi».

Cosa manca per completare la legge sul fine vita?
«La libertà di scegliere non deve dipendere dalla tecnica della eventuale sospensione delle cure, ma dalla condizione soggettiva del malato, dall’irreversibilità della malattia e soprattutto della sofferenza. Se il Parlamento accetterà di discuterne, si può fare una buona legge».

Quali sono i nuovi obiettivi del biodiritto in Italia?
«Gli scienziati hanno iniziato a modificare il genoma umano. Dobbiamo consentire che lo si faccia anche in Italia, assieme alla ricerca sulle staminali embrionali, per cercare la cura contro malattie terribili. Se non lo faremo, la ricerca si sposterà sempre di più in Paesi autoritari e senza regole, ottenendo l’effetto opposto a quello che i clericali perseguono in nome dell’etica Non c’è niente di etico a costringere un essere umano a soffrire, e non c’è niente di etico nell’ostacolare la ricerca scientifica spingendola a trasferirsi là dove non esistono controlli».

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