Ex Ilva, linea dura di Conte  

Sta studiando le carte il premier Giuseppe Conte, dopo aver visto piombare sulla propria scrivania lo scottante dossier sull’ex Ilva, con il colosso franco-indiano, AncelorMittal, che annuncia la ‘ritirata’ tra appena 30 giorni, con 10mila posti di lavoro a rischio e una frenata sul Pil che rischia di mettere in ginocchio l’economia italiana. Una mina che il governo intende disinnescare a qualsiasi costo, “whatever it takes”, la sintesi impeccabile del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. E per giovedì è attesa l’informativa del ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli in Senato. 

Il dossier è in assoluto il più spinoso tra quelli affrontati dai due governi Conte, a rischio è la sopravvivenza stessa dell’esecutivo. Il presidente del Consiglio è deciso a tenere la barra dritta: al tavolo con i vertici aziendali, forte della sua esperienza di legale, tenterà di far valere le ‘carte’. “Saremo inflessibili”, assicura da Milano, rimproverando il colosso franco-indiano: “Non si può cambiare una strategia industriale adducendo a giustificazione lo scudo o non scudo penale, che peraltro non è previsto contrattualmente”.  

Le carte, appunto. Dove è scritto, nero su bianco, che non esiste alcuna clausola di recesso legata all’ormai famigerato scudo penale. Nell’accordo, viene inoltre sottolineato dal ministro Stefano Patuanelli, non c’è riferimento alcuno, “implicito o esplicito”, all’immunità. Ma su questo le forze di maggioranza rischiano di spaccarsi, perché procedono a due velocità all’apparenza inconciliabili. 

Il M5S non vuole arretrare di un passo – “salta il gruppo se si tocca lo scudo” ragiona una fonte di primo livello – mentre Italia Viva annuncia un emendamento al dl fisco per reintrodurlo e il Pd lascia intendere di condividere la linea. Sullo sfondo Matteo Salvini attacca rosicchiando consenso, il timore diffuso nelle forze di maggioranza. 

Oggi stesso, dopo il vertice con AncelorMittal, Conte farà il punto con gli alleati: non è ancora chiaro se si terrà un vertice ad hoc o se il Consiglio dei ministri, in programma per le 17, sarà il momento per affrontare l’annosa questione. Che – di questo il premier è perfettamente consapevole – crea parecchie divisioni, tra e all’interno delle forze di maggioranza. Le acque più agitate si registrano nel M5S, dove i ‘governisti’ hanno da sempre avuto una linea più morbida sullo scudo mentre tra i parlamentari si registrano le posizioni più ‘barricadere’, quelle che hanno portato a cancellare l’immunità penale dal dl imprese.  

Dagli stessi eletti, infatti, è arrivata prima la richiesta di un incontro con il ministro Patuanelli, per chiedere di ‘sbianchettare’ lo scudo, poi la riunione fiume al Senato con il ministro dei Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà che ha portato alla retromarcia e allo stop all’immunità. Votata, ricordano dal M5S, anche da Iv, Pd e Leu.  

Di reintrodurla ora, anche con una forma più morbida, “non se ne parla proprio” è la convinzione che circola nel M5S, che rimprovera al governo di cui fa parte la linea ondivaga sulla questione, “spia di una mancanza di indirizzo politico”, lamentano in molti. Cambiare di nuovo strategia, cedendo alle richieste di AncelorMittal, rischierebbe di far implodere il gruppo parlamentare mentre si registrano malumori su D’Incà per la gestione della vicenda: “Non doveva cedere alle pressione di Lezzi e gli altri”, lamentano alcuni colleghi della squadra di governo. 

Reintrodurre lo scudo, inoltre, non è cosa facile: “Il dl fiscale a cui si appella Renzi – spiega una fonte di governo – è impraticabile per evidente inammissibilità: cosa c’entra lo scudo penale con la materia fiscale? Oltretutto, il parere su questo spetterebbe alla commissione Finanze presieduta da Carla Ruocco: non credo che Ruocco lascerà passare”. Ci vorrebbe un decreto ad hoc, misura ancor più irricevibile per i 5 Stelle. 

L’ex Ilva sembra invece mettere d’accordo Iv e Pd: entrambi intendono innestare la retromarcia sull’immunità, seppur i dem spingano per uno scudo ‘soft’, con l’obiettivo dichiarato di ‘stanare’ il colosso dell’acciaio. “Chi inquina paga – ragiona Nicola Zingaretti – ma chi deve attuare un piano ambientale non può rispondere penalmente su responsabilità pregresse e non sue. Proporremo iniziative parlamentari in questo senso”. 

Renzi va giù dritto e accelera. “Credo che si possa agevolmente recuperare la questione dello scudo penale anche con un emendamento al Decreto fiscale che sta per arrivare in Parlamento (lo ha già preparato la collega Lella Paita e lo firmeranno molti di noi)” annuncia nella sua enws l’ex premier. Per poi mettere in chiaro successivamente di essere dalla parte di Conte e di voler “togliere alibi” a Mittal.  

Perché la convinzione diffusa, una delle poche che in queste ore mette davvero d’accordo tutti, è che il gigante franco-indiano stia bluffando, cercando il pretesto giusto per tirarsi fuori da un mercato in affanno. Del resto, i numeri parlano chiaro: “Sul mercato l’ex Ilva, quando le cose vanno bene, piazza 4 milioni di tonnellate d’acciaio, mentre ne dovrebbe vendere 6-8” spiega una fonte del Mise. Da qui l’ansia di AncelorMittal di sfilarsi, dopo appena un anno dal contratto.