Export, quando scommettere sulla Cina è vincente. Il caso Cosmed

Diversificando i mercati, la multinazionale di Albano Laziale, che si occupa di diagnostica polmonare, misura del metabolismo e della composizione corporea, è riuscita a superare indenne il periodo di crisi economica

C’è attesa per la firma dell’Italia al memorandum di intesa a sostegno del Belt and road initiative (Bri). L’iniziativa strategica della Cina migliorerà i collegamenti e la cooperazione tra paesi nell’Eurasia. Un appuntamento che i più ottimisti prevedono per fine marzo, durante la visita del presidente Xi Jinping in Italia.

Ma quali sono le relazioni economiche tra i due paesi?
Tra il 2007 e il 2017 sono stati 13,7 i miliardi che sono partiti dall’Oriente e sono arrivati in Italia. Somma che rende il nostro paese la terza destinazione europea per interscambio con i cinesi. PwC Italia ha elaborato i dati della Fondazione Italia Cina evidenziando che sono oltre 600 le aziende italiane a capitale cinese. Imprese che generano quasi 18 miliardi di fatturato e danno lavoro a più di 30 mila persone. Le aziende cinesi a capitale italiano invece sono oltre 2 mila e generano più di 25 miliardi di ricavi, occupando circa 160 mila cinesi.

Ci sono poi aziende che, pur mantenendo distinta la propria identità italiana, commerciano attivamente con la Cina. Un caso particolare è quello della Cosmed, multinazionale di Albano Laziale, che dal 1980 si occupa di diagnostica polmonare, misura del metabolismo e della composizione corporea. Abbiamo incontrato il presidente Marco Brugnoli per capire se e quali vantaggi comportano le esportazioni con l’Oriente.

I vostri rapporti con l’Estremo Oriente risalgono all’inizio del millennio. Come sono iniziate le relazioni con la Cina?
«Il consolidamento dei rapporti con l’estero comincia nel 2001, anno in cui incorporiamo un’azienda negli Stati uniti. Nel 2002 abbiamo iniziato una collaborazione con una prima persona esperta del mercato cinese. In un secondo momento abbiamo investito in un’azienda a Canton. Oggi è diventata una società partecipata che dà lavoro a 25 persone ed è ramificata anche a Pechino e Shanghai».

Domanda banale: in Cina non avevano spirometri?
«Il nostro è un mercato di nicchia. Abbiamo grandi competitor, ma non grossissimi. In Cina non hanno raggiunto il nostro livello tecnologico, sia per capacità che per dimensioni di mercato».

Mercati stagnanti in Europa, ma non in Oriente. Quanto vi ha aiutato uno sbocco all’estero per sopravvivere alla crisi economica?
«L’80 per cento del fatturato della Cosmed proviene dall’export. Occorre precisare però che il settore sanitario italiano non è mai collassato. L’Healthcare infatti è poco sensibile alle fluttuazioni dei mercati. O almeno non quanto il Real Estate, cioè all’immobiliare. Mentre altre aziende hanno chiuso, licenziato o ridotto la produzione, noi siamo riusciti a non diminuire il fatturato nemmeno in Italia. Anzi, persino durante gli anni peggiori della crisi abbiamo registrato una piccola crescita. Fuori invece siamo cresciuti anche del 10 per cento all’anno. E questo perché la Cosmed ha ridotto il rischio diversificando su tutti i mercati internazionali. Abbiamo aperto filiali in Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia, Paesi Bassi, Australia».

Che problemi riscontrate nel fare impresa in Italia?
«Non c’è competizione a livello infrastrutturale. Noi abbiamo relazioni con partner del livello di Apple, Microsoft. Non chiediamo di trasformare Albano nella Silicon Valley, ma ci sono ampi margini di miglioramento per quanto riguarda viabilità e decoro. I clienti che ci vengono a far visita poi lamentano l’assenza di alloggi adeguati e di spazi per eventi. E non mi soffermo troppo sulla burocrazia: in Italia sembra impossibile risolvere qualsiasi problematica in tempi rapidi. Il degrado non fa che danneggiare l’immagine dell’azienda e alimentare stereotipi sugli italiani. Noi chiediamo allo Stato di metterci in condizioni di fare il nostro lavoro, nulla di più».

 

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